di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 4 gennaio 2025
Preoccupazione per i provvedimenti dei tribunali di sorveglianza che hanno rimesso in libertà alcuni mafiosi. La Cassazione prova a mettere un freno: “Per accedere alle misure alternative alla detenzione, è necessario che gli imputati abbiano pagato i risarcimenti ai familiari delle vittime”. “Chissà chi sarà il prossimo ad andare in permesso premio”, la voce al telefono è flebile, sembra arrivare dall’altra parte del mondo. “Forse uno dei fratelli Graviano, oppure uno dei Madonia. O Leoluca Bagarella. E a me non resterà che scappare all’estero”. L’uomo che parla è uno dei collaboratori di giustizia che più hanno contribuito a smantellare la mafia delle stragi: “Io e la mia famiglia abbiamo pagato un prezzo altissimo, lontano da Palermo - sussurra - ma non mi sono mai tirato indietro. Adesso, però, tutti questi permessi premio per i boss ergastolani mettono paura. Siamo di fronte a gente che non dimentica, altro che detenuti modello”.
Fra boss in semilibertà, in permesso premio e scarcerati per fine pena c’è un gran movimento a Palermo. Da Brancaccio a Porta Nuova, da Passo di Rigano a San Lorenzo, sono tanti i nomi che fanno paura. Non solo ai collaboratori di giustizia. “I rischi sono due - dice la voce al telefono - quello di una possibile riorganizzazione dei clan e quello delle vendette che potrebbero scattare”.
L’antimafia è già in allerta, la direzione distrettuale diretta dal procuratore Maurizio de Lucia e le forze dell’ordine sono attentissime a monitorare il ritorno dei boss sul territorio. Operazione non facile, perché le variabili in campo sono davvero tante: da una parte ci sono i vecchi, che puntano a una Cosa nostra degli affari, soprattutto nel sistema dell’economia legale; dall’altra, i giovani che scalpitano per concludere sempre più traffici di droga. In una prospettiva e nell’altra, a Palermo è tornata a circolare una gran quantità di denaro sporco, che è il vero motore della riorganizzazione mafiosa. Niente di nuovo sotto il cielo di Cosa nostra: qualcuno potrebbe aver già rilanciato il progetto di ricostituire la commissione provinciale, la Cupola, che costituisce una sorta di direzione strategica dell’organizzazione. Progetto già stroncato dai carabinieri e dalla procura alla fine del 2018: quella volta, le intercettazioni svelarono la pacificazione voluta dal “grande vecchio”, Settimo Mineo, ma anche dai rappresentanti delle cosche uscite perdenti dalla guerra di mafia del 1981, gli Inzerillo. Obiettivo comune, mettere da parte le vendette. “Ma stavolta è diverso - sussurra la voce al telefono - nessuno invocherà una pacificazione con i mafiosi diventati collaboratori di giustizia, da sempre al centro di un odio viscerale”.
Intanto, i permessi premio dei boss ergastolani continuano a susseguirsi. Com’è noto, dal 2019 anche i mafiosi irriducibili possono essere ammessi ai benefici penitenziari, così ha stabilito la Corte Costituzionale, è sufficiente che vengano escluse due circostanze: “l’attualità della partecipazione all’associazione criminale” e pure “il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata”. In semilibertà e in permesso premio è andato persino uno dei boss delle stragi, Giovanni Formoso, che sta scontando l’ergastolo per avere caricato l’autobomba della più misteriosa delle stragi del 1993, quella di via Palestro, a Milano. Strage, sospettano i magistrati di Firenze, che avrebbe visto la partecipazione anche di una donna, probabilmente legata ad ambienti deviati dei servizi segreti. Formoso si è sempre ben guardato dal dare anche solo un piccolo contributo alla ricerca della verità. Ma viene ritenuto lo stesso un detenuto modello.
Ora, però, la Cassazione ribadisce un altro elemento di valutazione per le istanze dei boss che sollecitano permessi premio: il risarcimento delle vittime dei reati, così come stabilito dalle sentenze di condanna. La Suprema corte cita una sentenza del gennaio 2004, la 16321: “Il condannato per reati ostativi cosiddetti di prima fascia che, non avendo collaborato con la giustizia, voglia accedere alle misure alternative alla detenzione deve dimostrare l’adempimento delle obbligazioni civili e degli obblighi di riparazione pecuniaria conseguenti alla condanna, o l’assoluta impossibilità dello stesso, anche nel caso in cui la persona offesa non si sia attivata per ottenere il risarcimento del danno››. Questo ha scritto la prima sezione della Suprema Corte rigettando la richiesta di permesso premio avanzata da un boss di Porta Nuova. La questione del risarcimento del danno, che nessun boss ha pagato, potrebbe adesso bloccare il fiume di permessi premio.









