di Bruno Ferraro*
Libero, 4 maggio 2022
Uno dei problemi più impellenti che attengono al funzionamento della giustizia penale nel nostro Paese è di come ridurre l’ingolfamento dei fascicoli presso le Procure della Repubblica e, contemporaneamente, impedire o limitare la discrezionalità di scelta da parte delle Procure medesime nel dare priorità a determinate indagini a discapito di altre.
L’art. 112 della Costituzione stabilisce l’obbligo di esercizio dell’azione penale per il Pubblico Ministero in presenza di qualsiasi notizia di reato pervenuta: l’applicazione pura e semplice di tale principio porta inevitabilmente ad uno spropositato accumulo di fascicoli difficilmente gestibili da uffici con un limitato numero di magistrati.
A tale problema si è ovviato negli anni ricorrendo alla discrezionale scelta dei fascicoli a cui esprimere un particolare impulso, con la conseguenza di trovarsi di fronte ad indagini la cui priorità era dovuta non all’oggettiva gravità dei reati denunziati bensì alla maggiore visibilità e/o notorietà di soggetti o delle situazioni indagate. Da ciò la necessità di introdurre correttivi per assicurare la trasparenza dei criteri volta a volta applicati, limitando la discrezionalità degli uffici presi in considerazione.
Si era pensato in un primo momento di assegnare al Parlamento la definizione di “criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione dei processi”. Tale formula è stata abbandonata perché suscettibile di dare troppo potere alla politica. Pertanto la riforma messa in cantiere dalla ministra Cartabia attribuisce l’indicazione delle priorità ai titolari dell’azione penale secondo criteri che devono essere approvati dal Consiglio Superiore della Magistratura: “Criteri di priorità trasparente e predeterminato, tenendo conto del numero degli affari da trattare e dell’utilizzo efficiente delle risorse disponibili” (art. 11 del progetto varato dal Consiglio dei Ministri).
Dico subito il mio personale parere, basato su una lunga esperienza maturata in magistratura e una diretta conoscenza delle modalità di funzionamento delle Procure. Non credo alla formula proposta dalla Cartabia perché introdurrebbe un meccanismo di controllo interamente interno alla magistratura e quindi, alla luce anche della rivelazione di Palamara, solo apparente e non verificabile.
Propendo per il primo criterio in quanto per principio il Parlamento è composto da soggetti eletti dal popolo e politicamente responsabili. Poiché però non viviamo nel Paese dei sogni, il Parlamento dovrebbe essere affiancato da un Osservatorio composto da elementi esterni e dovrebbe pubblicare annualmente i risultati di controlli effettuati. Un notevole supporto per le Procure potrebbe essere dato dai nuovi assunti visto che il PNRR, finanziato con i fondi europei, prevede l’assunzione nei prossimi 5 anni di 21.910 persone, pari ai due terzi dell’attuale organico degli ausiliari di magistrati oggi in servizio.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione










