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di Patrizio Gonnella*

Il Manifesto, 27 dicembre 2024

Era il 2014 quando Papa Francesco, in un discorso sulle carceri rivolto all’associazione degli avvocati penalisti, rompeva con la tradizione cristiana e cambiava il lessico rispetto alla dottrina della Chiesa. In quel discorso non erano presenti parole come correzione morale, redenzione, pietà, perdono ma c’erano parola ben più pregnanti come populismo penale, capri espiatori, razzismo, disumanità. Un discorso politico più che religioso, sociologico più che teologico. Il Papa ruppe allora con la tradizione che affidava alla pena carceraria il compito di essere la medicina capace di costruire una società sana. Sono trascorsi dieci anni da allora e Papa Francesco torna ad accendere le luci sulle carceri in occasione del Giubileo appena iniziato. La sua decisione di aprire la porta del carcere romano di Rebibbia ha un forte sapore simbolico in un’epoca contrassegnata da ondate repressive, chiusure, machismo, violenze, morti e suicidi a ripetizione.

“Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste”.

Parole che dovrebbero risuonare come macigni nelle anime e nelle menti dei presunti cristiani al potere, cultori di quella dottrina screditata chiamata diritto penale del nemico. Parole che però sono scivolate, e continuano a scivolare, senza effetto tra i nostri governanti, impegnati nel rincorrersi pericolosamente nella loro passione di punire. Eppure Papa Francesco, sin dal 2014, a loro aveva chiesto di ispirarsi al principio guida della cautela in poenam. Una cautela nell’applicazione della pena che dovrebbe essere il principio che regge i sistemi penali, e che invece è del tutto ignorato da chi, con il nuovo disegno di legge “Sicurezza”, seppellirà sotto migliaia di anni di carcere tutti quei detenuti che eventualmente disobbediranno agli ordini dei loro custodi. Questo sarà l’esito del futuro reato di rivolta penitenziaria contro cui si è scagliato di recente anche il Consiglio di Europa dopo l’Osce.

Di fronte alle parole di speranza del Papa a Rebibbia i cattolici al potere fischiettano, tacciono, fanno finta di non avere capito. È a loro invece che il Papa si rivolge, nonché a un’opinione pubblica che, nel nome della propria sicurezza, alimenta la guerra contro i nuovi nemici: immigrati, persone con problemi psichici, tossicodipendenti, poveri. Sono questi gli abitanti in massa delle nostre prigioni. Sono questi il target della passione punitiva che ci sta sommergendo.

Di fronte al capo della Chiesa che invoca misericordia a Rebibbia davanti al ministro Nordio, ci sono ben poche speranze che si realizzi il miracolo natalizio e che la maggioranza al potere rinunci all’orgia punitiva presente nella proposta di legge sulla sicurezza, che apra alla ragionevolezza, all’umanità e alla clemenza. L’apertura della porta giubilare nel carcere romano di Rebibbia potrebbe così trasformarsi in una grande beffa, qualora ciò non dovesse comportare quanto meno il ritorno a un carcere aperto dove i poliziotti non siano trasformati in militari pronti ad andare in guerra. La missione dei giuristi e di tutti gli operatori penitenziari deve essere adesso quella di seguire le parole e i segnali del Papa, anziché quelle guerresche, e poco cristiane, di qualche governante e qualche sindacato loro amico.

*Presidente dell’Associazione Antigone