di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 28 dicembre 2024
Palazzo Migliori fu messo a disposizione dei senzatetto alla fine del 2019, per volere di Francesco. Gestito dalla comunità di Sant’Egidio con i volontari, ha accolte e avviate a nuova vita più di 150 persone. L’attesa del Natale: Emilia, la “nonna” di tutti, il muratore romeno, la mamma che inventa Stati. Luciano apre le imposte e il colonnato del Bernini irrompe nella stanza pulita, ordinata, con tre letti dal copriletto blu. Di giorno condivide la libertà dolente e infreddolita con i senza fissa dimora, ma la notte lui una casa ce l’ha. In un palazzetto del Settecento con vista su San Pietro che mostra orgoglioso: “Ti piace?”.
Molti avrebbero voluto destinarlo a hotel di charme. Invece papa Francesco è convinto che i poveri non meritino solo coperte e cibo, qui distribuiti tutte le sere. Ma anche la bellezza. Così cinque anni fa, quando Carlo Santoro della Comunità di Sant’Egidio lanciò l’idea di destinare loro l’ex convento delle suore calasanziane, e padre Konrad se ne fece latore a Santa Marta, la risposta fu entusiasta e fulminea: “Verrò io a inaugurarlo”. E andò proprio così. Con il Pontefice, era il novembre del 2019, che girava tra le stanze, dispensando benedizioni, saluti e buon umore: alla vista di un fotomontaggio sul muro che lo ritraeva accanto a Gesù e a San Francesco aveva sorriso: “Dove mi avete messo? Mi viene in mente la canzone sugli amici al bar...”. Da allora più di centocinquanta homeless sono andati e venuti nelle suite panoramiche dei poveri. Anziani, stranieri, disoccupati, vittime di malattie, di raggiri o solo di se stessi.
Arrivano ricevono biancheria, sapone, shampoo e qualche regola: niente liti né cose prese nei cassonetti. “Manco da miliardaria potrei vivere come qua”, esulta Viola, calcando il cappellino di lana che l’ha protetta dal freddo nell’affaccendarsi senza meta quotidiano. “Qui sono incredibili”, dice arrotando la erre come ha imparato a Bruxelles, prima che suo marito andasse via e il Covid ingoiasse i risparmi suoi e di suo figlio. E poi? “E poi... si mangia benissimo” taglia corto, spazzando via con una risata i ricordi confusi un po’ su tutto. Ma sulle cene no.
Il menù del 25 - Se ne ha la conferma nel refettorio con soffitto a cassettoni e terrazza mozzafiato. Il minestrone fumante e il merluzzo gratinato con piselli sono finiti in un batter d’occhio. “Hanno spazzolato anche l’arrosto” dice Francesco rientrando con due fiamminghe vuote in cucina, dove ognuno sta facendo proposte per il menù di Natale scatenando sorrisi e battute. Ogni giorno c’è un turno volontari. “La nostra è una squadra di scalmanati”, dice felice Valentina: architetta quarantenne, come Francesco. E sua compagna. “Era tanto che volevamo fare volontariato. Non pensavamo fosse così: fai bene agli altri e fai bene a te stessa”.
Francesco concorda: “È più ciò che ricevi di quello che dai. È quasi una droga”. Marco, il custode, annuisce. Lui è qui dall’inizio, l’unico con uno stipendio. Un riferimento per gli ospiti. Li ricorda tutti: “Qualcuno scrive. Altri dimenticano. O rimuovono. La mia preferita? Emilia”. Ha 83 anni. È vissuta in Svizzera. Parla di case e patrimoni. Ma è stata dura toglierla dalla strada. Pian piano si è ambientata. E ora è la nonna di tutti. Vive nella stanza del piano terra che fu di Miroslaw: l’uomo invisibile. “Viveva in un parco con un asciugamano sulla faccia devastata da una malattia. Si preparavano a mandarlo via con i carabinieri. Padre Konrad mi disse: “Portiamocelo a casa”. Io pensavo “ma come faremo?”, racconta il responsabile della casa Santoro incrociando gli ospiti che scendono in cappella per la messa. A ciascuno chiede: com’è andata oggi? Sei stato dal medico? “Chi entra qui sa di poter contare su una presa in carico totale. Curammo così anche Miroslaw. Aveva una grande cultura. Creammo una rete di religiosi dell’Est a far da traduttori. Resistette un anno”.
Contro la solitudine - Va così. C’è chi lo porta via la malattia o torna sulla strada. Ma l’intento è dare a tutti una spinta per ripartire. Risolutiva per tanti. Come Annarosa: “Non avevo lavoro, avevo perso speranza e fiducia. Mi hanno aiutato. Domani torno in Perù”. O Costantin, muratore romeno: “Dormivo in strada. Era un brutto periodo. Qui ho ritrovato la forza. Ho un lavoro, tra poco andrò via”. Il gorgo di solitudine, perdita del lavoro, spesso alcol e disagio mentale inghiotte gran parte dei senza tetto. Ci si racconta che vogliono sentirsi liberi e ci si volta altrove. Ignorando che si possono aiutare anche i più restii. Come la mamma anziana che, assieme al figlio, in un angolo sotto la casa, ha stabilito la sede del suo Stato immaginario, con tanto di bandiera inventata. Accetta solo i panini. Santoro li distribuisce dall’83: “I primi li preparavamo nella mia cucina e andando a calcio ci fermavamo, li distribuivamo, parlavamo con loro. La gente non capisce. Ma siamo tutti un po’ soli. E proprio da chi pensi che non possa darti niente ricevi la grande ricchezza dell’amicizia e della famiglia che si allarga”.









