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di Giovanni Negri

Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2025

A Parma e Terni accolte le ragioni dei detenuti contro i no del ministero. I magistrati applicano le indicazioni di Consulta e Cassazione. Arrivano i primi provvedimenti sul riconoscimento del diritto all’affettività nelle carceri. A più di un anno dalla sentenza della Corte costituzionale e a poche settimane dalla pronuncia della Cassazione che ha contestato il declassamento a semplice aspettativa della richiesta di momenti di intimità, i magistrati di sorveglianza intervengono per dare effettività a un riconoscimento sinora rimasto solo sulla carta.

I ricorsi - Sia a Spoleto sia a Parma, con provvedimenti dal contenuto analogo, infatti vengono accolti i reclami presentati da detenuti contro le decisioni degli istituti penitenziari che hanno negato la possibilità di colloqui intimi con la compagna. Starà ora all’amministrazione penitenziaria valutare la possibilità di impugnazione davanti al tribunale di sorveglianza prima e in Cassazione eventualmente dopo. Possibile infine, davanti a una ripetuta inerzia nel dare esecuzione a verdetti favorevoli ai detenuti, anche l’esercizio del giudizio di ottemperanza con la nomina di un commissario a supplenza della stasi dell’amministrazione.

60 giorni per adeguarsi - Intanto, però, entrambi i provvedimenti dei giudici di sorveglianza danno tempo 60 giorni di tempo ai due penitenziari, quello di Parma e quello di Terni, per individuare le modalità con le quali far svolgere un colloquio visivo intimo, senza il controllo a vista della polizia penitenziaria.

Soluzioni temporanee - Se in entrambi i casi l’amministrazione penitenziaria si era trincerata tra l’altr0 dietro la totale assenza di interventi da parte delle strutture superiori per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale del gennaio 2024, ora i due provvedimenti ricordano che al diritto all’affettività, in assenza delle condizioni ostative individuate dalla stessa Consulta, può essere realizzato anche attraverso “soluzioni temporanee, in assenza di interventi più strutturati e definitivi”.

Responsabilità dei dirigenti - A chiamare i dirigenti delle carceri a un’assunzione di responsabilità del resto è la stessa Corte costituzionale, si legge nel provvedimento dell’Ufficio di sorveglianza di Reggio Emilia (con giurisdizione su Parma), a segnalare come “in attesa di un auspicato intervento legislativo, la preminente necessità di garantire anche alle persone detenute di poter esprimere una normale affettività in ambito familiare, rende necessario un intervento dell’amministrazione della giustizia, in tutte le sue articolazioni, centrali e periferiche, al fine di dare un’ordinata attuazione alle decisioni, incluse le direzioni degli istituti”.

Non pesa l’alta sicurezza - Non pesa poi il fatto che tutti e due i detenuti siano collocati con posizione definitiva nel circuito di alta sicurezza (pochi giorni fa oggetto delle dichiarazioni del Procuratore antimafia Giovanni Melillo come ormai assolutamente permeabile alle diverse infiltrazioni della criminalità organizzata). È la stessa Corte costituzionale infatti, si ricorda, a indicare che non esistono ostacoli normativi all’esercizio dell’affettività all’interno del carcere visto che l’ostatività del titolo di reato incide sulla concessione dei benefici penitenziari, ma non sulle modalità dei colloqui.

Tanto è vero che colloqui visivi senza ascolto da parte della polizia penitenziaria sono da tempo ammessi anche per chi è nel circuito di alta sicurezza, con esigenze quindi particolari di controllo. Infatti, si osserva nei provvedimenti, i detenuti da tempo svolgono colloqui visivi con la partner non assoggettati a misure di registrazione o di ascolto. Escluse quindi, a dire dei magistrati, possibilità di strumentalizzazione a fini illeciti del colloquio intimo.

Nessun ostacolo soggettivo - Alla base delle decisioni contrarie al riconoscimento del colloquio protetto infine mai erano stati messi in evidenza profili soggettivi attinenti alla personalità dei detenuti. Anzi, ed è il caso del detenuto a Parma, semmai a emergere è una condotta assolutamente regolare, la consapevolezza della gravità delle azioni commesse, la presa di distanza dal contesto criminale di provenienza, l’affrancamento dall’uso di sostanze stupefacenti e l’adesione ai programmi trattamentali.