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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 16 giugno 2026

La criminalizzazione del movimento a Torino: la questura vuole due anni di controlli su una studentessa per i cortei del 2025. Torino capitale della repressione. Un luogo comune, ormai. Del resto è qui che una procuratrice generale, Lucia Musti si chiama, ha per prima teorizzato l’esistenza di una “eversione di piazza” legata ai centri sociali e alle loro attività. Gli inquirenti si muovono di conseguenza. Sara Munari ha 24 anni ed è una militante del Collettivo universitario autonomo di Torino. Ieri mattina per lei è arrivata dalla questura una richiesta di sorveglianza speciale, una misura di prevenzione che porta con sé una serie di restrizioni dal fatto di dover avvisare le autorità ogni volta che si vuole lasciare il proprio comune al divieto di incontrare pregiudicati, passando per l’imposizione di precisi orari di rientro notturno, fino all’obbligo o al divieto di dimora. Le sue regole sono scritte nel codice antimafia, perché di solito la sorveglianza speciale si dà, appunto, a chi è indiziato di mafia o di terrorismo, anche in assenza di reati. Basta essere definiti “socialmente pericolosi” dalla polizia.

Munari ha già scontato un periodo di arresti domiciliari e ha a suo carico diversi provvedimenti sempre legati alla sua partecipazione ad azioni di piazza e iniziative di protesta. È coinvolta anche nell’ultima inchiesta della procura di Torino per le manifestazioni filopalestinesi dei mesi passati. Da qui la sua supposta pericolosità e il provvedimento di sorveglianza, che comunque verrà impugnato. Da notare che i reati ipotizzati sono di dimensioni assai esigue. Si parla di danneggiamenti, tafferugli, qualche imbrattamento. Lei viene indicata per lo più come “animatrice” o “ispiratirce”. Un concorso morale che le costa un trattamento da mafiosa. La stessa cosa è capitata di recente anche a Stefano Millesimo di Askatasuna - pure lui “socialmente pericoloso”. Sul suo caso è prevista un’udienza proprio domani. Altri “sorvegliati speciali” sono stati Giorgio Rossetto, sempre di Askatasuna, e Eddi Marcucci, per la sua militanza No Tav e per le sue esperienze nelle Ypj curde in Siria.

Nei giorni scorsi, sul sito Volere la luna, l’avvocato Claudio Novaro ha pubblicato un articolo in cui dava conto del clima repressivo di Torino e parlava tra le altre cose del suicidio di due ragazzi, uno di 27 anni e uno di 20. Il primo aveva lasciato un biglietto in cui si cita anche il divieto di dimora a Torino che gli era stato dato dopo le manifestazioni per la Palestina. Lo riteneva ingiusto. Per quanto riguarda il secondo, il problema è legato al suo funerale, che si è svolto il 6 giugno a Settimo Torinese. Gli amici, alcuni dei quali destinatari di misure cautelari, avrebbero voluto partecipare, ma il gip ha negato loro l’autorizzazione. Non c’erano, a suo dire, né “legami parentali” né “comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”. Il caso è scoppiato portandosi appresso qualche morbosità di troppo.

Novaro, adesso, si dice “costernato dal clamore mediatico assunto dalla vicenda”. Perché il punto non riguardava le ragioni di due suicidi - chi mai potrebbe conoscerle davvero? - ma riflettere su come le autorità inquirenti di Torino affrontano ormai da anni le inchieste sui movimenti sociali.

“Il problema principale è che il monopolio interpretativo della protesta è affidato alla polizia - sostiene l’avvocato -. La questura qualifica i fatti e in qualche modo seleziona gli indagati: su manifestazioni anche di migliaia di persone alla fine gli indagati sono sempre i soliti 20 o 30”. Infatti la questura, prosegue, “detiene un bagaglio di conoscenze sui circuiti politici legati alla protesta sociale” e questo “le consente di individuare i soggetti che vengono ritenuti maggiormente pericolosi per l’ordine pubblico, identificati come veri e propri nemici dell’ordinamento e della convivenza civile”. Si tratta, a parere di Novaro, di “un sapere accumulato in anni di osservazioni, monitoraggi, schedature, intercettazioni e poi riversato nelle indagini preliminari fatte dai pm. Questo è tra l’altro il presupposto per l’applicazione delle misure cautelari e finisce per diventare il linguaggio e l’argomentazione di cui si dotano gli altri protagonisti istituzionali del procedimento penale”.

La vicenda di Askatasuna è esemplare. Il primo grado del maxi processo in cui si parlava di associazione a delinquere è finito con il crollo del teorema. In Appello la prospettiva è un po’ cambiata e le accuse sono leggermente scese di tono. Se all’inizio il centro sociale era per la procura una “associazione sovversiva” già in primo grado era diventato una “associazione a delinquere semplice”. Adesso si parla di un nucleo criminale che dall’intero sarebbe capace di manovrarlo per perseguire i suoi fini, cioè scatenare tafferugli durante le manifestazioni e mettere a ferro e fuoco la città: è “l’eversione di piazza” di cui parlava la pg Musto. È il grande classico del doppio binario, il “chi c’è dietro” che scatena tante fantasie inquisitorie ma che quasi mai incontra sentenze favorevoli. Per diventare verità giudiziaria ai teoremi servirebbero infatti pure le prove. Il dibattimento, ad ogni modo, è ancora in corso. La prossima udienza è in calendario per il 6 luglio.