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di Andrea Orlando* e Debora Serracchiani**

Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2026

È urgente e necessario riprendere una discussione seria sul suo funzionamento, per esempio per ridurre i costi e i tempi dei processi e affrontare l’emergenza nelle carceri. I sostenitori della separazione delle carriere hanno aperto la campagna referendaria come se fossero in gioco le garanzie e il processo accusatorio, virando su una crociata contro la magistratura. Sono scesi in campo la premier, il ministro Nordio con la sua capo di Gabinetto, tutto il Governo e la maggioranza, ed uno schieramento imponente degli organi d’informazione di destra, ma non solo. Nei talk in tv si scavava sugli errori giudiziari, con il messaggio che della magistratura non ci si può fidare. Si è partiti prendendo di mira le patologie del processo e dell’esercizio dell’azione penale, per arrivare a mettere sotto accusa tutto l’ordine giudiziario. Un’escalation coerente perché, colpendo la magistratura, si coglieva l’obiettivo, tutto politico, di rivedere gli equilibri tra i poteri costituzionali.

Ma c’è stato anche un fenomeno più profondo, che ha mobilitato settori significativi dell’Avvocatura spinti ad uno scontro frontale da una parte dei dirigenti delle associazioni forensi, che ha risentito di tensioni accumulate nel funzionamento quotidiano della giustizia. I riflessi della crisi della professione sono un capitolo di una più ampia questione, la crisi del ceto medio, sul quale anche la magistratura associata dovrebbe riflettere. Sicuramente deve farlo la politica. Non può esserci infatti una giurisdizione equilibrata se una delle sue componenti essenziali va in crisi, perché i professionisti attendono risposte sui temi del funzionamento dei tribunali, penali e civili, dei consigli giudiziari, dell’implementazione dell’ordinamento forense a partire dai temi del welfare e della formazione, soprattutto per i più giovani.

La campagna referendaria rischia di lasciarsi dietro le scorie di una reazione corporativa di parti consistenti della magistratura, perché la vittoria della Costituzione non può essere letta solo attraverso la rottura di un accerchiamento di fatto dell’ordine giudiziario. Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo, perché è altrettanto vero che vi è un clima di sfiducia crescente dell’opinione pubblica nei suoi confronti. È dunque urgente e necessario riprendere una discussione seria sul funzionamento della giustizia e il filo del dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione, impedendo che i solchi scavati in queste settimane si approfondiscano e perdurino. Spetta alla politica far scattare questo innesco.

È realistico pensare che poco o nulla possano ormai fare su questo terreno Governo e ministero, come si sta dimostrando peraltro in questi giorni. Un ruolo può e deve essere svolto da subito dalle opposizioni, definendo così un capitolo costitutivo del progetto di alternativa al governo della destra, aiutando a ripristinare un clima di confronto e di fiducia, di dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione, nessuna esclusa, magistratura ordinaria e onoraria, avvocatura, amministrativi, una condizione essenziale per garantire il funzionamento quotidiano dei tribunali e della giustizia. Vanno affrontati l’organizzazione e gli interventi sulle dotazioni organiche, il tema del ripristino, almeno in parte, dell’attività in presenza nel giudizio civile. E poi i tempi e i costi del processo penale e civile, insostenibili per un comune cittadino.

Occorre agire sull’emergenza degli istituti penitenziari, con norme che consentano di abbattere il sovraffollamento, rendere più dignitose le condizioni di vita e di lavoro, implementare le aree trattamentali, investire sulle misure alternative alla pena, affrontare il tema del disagio psichico e delle dipendenze dei detenuti, nonché della sanità penitenziaria. Vanno risolti i problemi emersi nell’attuazione del processo penale telematico e rivista la norma che demanda al collegio l’adozione della custodia cautelare in carcere, che paralizza molti degli uffici giudiziari. Questi alcuni degli interventi più urgenti. In ogni caso è bene che la discussione parta da un principio condiviso, ovvero la ricerca del consenso più ampio come condizione per gli interventi a venire, anche quelli con legge ordinaria, gli unici realisticamente prevedibili e forse auspicabili. Bisogna fermare la frenesia legislativa e individuare percorsi condivisi, verificando gli impatti normativi. In questi anni si sono modificate leggi prima ancora che avessero prodotto effetti. Insomma, occorre una tregua ma non uno stallo. Perché è vero che la destra ha cercato di applicare una cura assai peggiore del male, ma è altrettanto vero che i problemi esistono e devono essere affrontati. Insieme.

*ex ministro della Giustizia ed esponente Pd

**responsabile Giustizia della segreteria nazionale Pd