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di Fiorenza Sarzanini

Corriere della Sera, 20 giugno 2025

L’avvocata cassazionista Caterina Malavenda, autrice di “E io ti querelo” (edito da Marsilio): “Le notizie, questione di democrazia”. Se ritenete di aver subito un danno e decidete di denunciare un giornalista, fate attenzione. Se il suo avvocato è Caterina Malavenda sarà difficile vincere. E non solo perché lei è tra i legali più bravi e preparati che ci siano, ma perché la sua determinazione e la sua idea di libertà di stampa sono un’arma potente, spesso infallibile. Non fa sconti, soprattutto ai clienti, conosce i limiti di ogni causa, sa quando può oltrepassarli, pure rischiando ma ottenendo poi il risultato. Ecco perché il suo libro E io ti querelo, edito da Marsilio, è in realtà un romanzo che racconta in maniera diretta ed efficace i dieci processi che, dal suo punto di vista, certamente mettono in luce il non facile rapporto tra informazione e potere. E in realtà rappresentano lo specchio di un Paese dove il mestiere del cronista - sia esso applicato alla politica, all’economia o alla “nera” - è spesso mal sopportato oppure vissuto come un ostacolo a chi si sente disturbato dalla verità dei fatti.

Malavenda lo sa e non a caso nella premessa scrive: “Non so più quanti giornalisti ho difeso e, proprio grazie all’esperienza che ho maturato, posso affermare con sicurezza che l’andamento e, soprattutto, l’esito dei processi che li riguardano sono un eccellente termometro per misurare il reale stato della democrazia in Italia. La democrazia, infatti, funziona solo se notizie, critiche e polemiche circolano liberamente, consentendo all’opinione pubblica, quando ne ha bisogno, di sapere, capire e farsi un’idea su quel che accade. E questo è possibile solo se quella stessa democrazia garantisce un’informazione senza pressioni e condizionamenti. E il più subdolo modo per intimidire un giornalista che dà fastidio è senza dubbio trascinarlo in tribunale, accusandolo di diffamazione”.

“E io ti querelo” non è un manuale, ogni vicenda è narrata andando oltre la scena, svelando quel rapporto speciale che Malavenda sa creare con i propri clienti, sfinendoli con la richiesta delle “pezze d’appoggio” fondamentali per dimostrare che il giornalista ha fatto il proprio mestiere - talvolta anche sbagliando - ma sempre con l’onestà di chi vuole semplicemente informare i lettori, gli ascoltatori, i telespettatori nel modo più completo possibile. Andando oltre quel che appare, ricostruendo con onestà quel che il cittadino non vede ma deve sapere.

Ogni caso è trattato rivelando il rapporto - talvolta complicato - che si crea tra l’avvocato e il suo assistito: le discussioni, la diversità di vedute e dunque di strategia, il compromesso finale che talvolta non soddisfa uno o l’altro però viene sempre raggiunto grazie a un confronto aperto e leale. Come accade quando l’imputato decide di rinunciare alla prescrizione e il difensore, pur non condividendo la scelta, deve accettarla, o quando è invece il legale a riuscire ad imporsi, sapendo bene che la strada è stretta, dunque la soluzione può essere soltanto una.

Ogni capitolo è dedicato a un giornalista, alla ricostruzione del processo in tutte le sue fasi, al confronto duro con le controparti. E si capisce quanto difficile sia stato affrontarlo quando Malavenda scrive: “Il dilemma del giornalista su cosa pubblicare e come, e cosa invece omettere, dunque, è difficile da risolvere. Specie quando dalla scelta possono derivare conseguenze deleterie per lui se tace, e per altri se scrive. La mia ricerca di una soluzione equa non si è ancora conclusa. E non sono certa che alla fine ne troverò una che mi convincerà davvero. Ma so di sicuro, e non ne faccio mistero, che, se si ha un dubbio, la cosa migliore è fermarsi e ricordare le parole di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Matteo 7, 12). O, più semplicemente, non fare ad altri quel che non vorresti fosse fatto a te e alle persone cui tieni. Secondo me funziona”.

Ma la parte che davvero colpisce è quella dedicata a Tangentopoli, quando Malavenda ha la fortuna di lavorare con il suo maestro Corso Bovio. Dai primi passi nel mondo dell’avvocatura fino alla scomparsa di lui, il loro è stato un sodalizio speciale e lo si capisce dalle pagine che gli dedica, dall’attenzione che usa quando racconta che “lui non mi ha mai fatto pesare di essere donna e del sud. Nella Milano degli anni Ottanta era un connubio che poteva creare qualche problema, se l’idea era quella di farsi largo e trovare uno spazio in un mondo di uomini”.

Ma anche quando ricorda la bufera che dalla procura di Milano colpì politici, imprenditori, manager e lei era il difensore, ma certo anche qualcosa di più. Tanto che adesso dice “ancora mi vergogno un po’ di aver fatto cose che il mio ruolo non prevedeva e mi pento di non aver deciso sempre come avrei voluto. Ho persino aiutato, in quegli anni, chi doveva andare in carcere a preparare la valigia, selezionando quel che poteva portare in cella. Ricordo gli occhi increduli e smarriti con cui qualcuno di loro mi aveva guardata, scoprendo che non erano ammessi pipa e tabacco o dentifricio e schiuma da barba. Non erano preparati a quella prova; nessuno di loro l’aveva messa in conto, qualcuno non ha resistito e si è tolto la vita. Oggi sembra impossibile che tutto questo sia successo, ma è davvero accaduto. Ed è altrettanto incredibile che qualcuno, anche se costretto per un po’ a vivere in cella, abbia mantenuto, invece, una vena di ironia e la voglia di far sorridere, pur parlando di cose estremamente serie”. Nel finale del suo libro Malavenda si dichiara “grata alla vita”. Una gratitudine che i suoi clienti, tutti, certamente condivideranno.