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di Pino Corrias

vanityfair.it, 4 giugno 2025

In tv, sui giornali e sui social spopola il delitto di Garlasco. Nel frattempo, il ministro Carlo Nordio porta avanti le sue riforme. Mentre sullo schermo collettivo lampeggiano le luci stroboscopiche del caso di Garlasco con effetti stordenti su di noi sollecitati a partecipare da mesi al selvaggio tribunale delle illazioni pubbliche, delle verità controverse, degli indizi mai del tutto veri, mai del tutto falsi, dei colpevoli dell’omicidio di Chiara Poggi che diventano innocenti e viceversa, dei testimoni che ricordano e poi dimenticano, delle impronte che compaiono e scompaiono, procede in parallelo lo smantellamento della Giustizia. Quella vera.

Quella che va riformando il ministro Carlo Nordio, ex magistrato in perenne rotta di collisione con l’intera magistratura italiana. Alla quale concede poco o nulla per accelerare i processi, emergenza storica dei nostri tribunali. Poco o nulla per aumentare gli organici e l’efficienza delle procedure, comprese quelle telematiche, due volte introdotte, due volte fallite. Mentre ne offre di nuove per limitarne l’azione penale specialmente contro i reati dei colletti bianchi. Trattandola più da sopruso che da risorsa. Più da interferenza della sfera privata che da tutela della vita pubblica.

Si è cominciato con l’abolizione dell’abuso di ufficio, la restrizione dell’applicazione del reato di traffico di influenze, i condoni per i reati fiscali, tutti delitti tipici della pubblica amministrazione e della politica, vittime i cittadini senza potere, senza cordate, senza santi in paradiso, titolari del miracolo delle raccomandazioni.

Si è voluto introdurre la limitazione a 45 giorni delle intercettazioni telefoniche e ambientali, con proroghe contingentate, salvo che per reati di mafia, terrorismo, omicidi. Sempre ignorando l’allarme dei magistrati - da Nicola Gratteri a tutti i procuratori antimafia - che si sono affannati a spiegare che tante inchieste partono da reati piccoli e solo nel corso delle indagini intercettano quelli grandi: da una truffa al racket, da un furto a un traffico di droga, da un “postino” a un boss, magari con tempi di investigazione lunghissimi, com’è capitato nel più clamoroso degli ultimi arresti, quello di Matteo Messina Denaro.

Arresti che oggi sono decisi da un solo giudice, su richiesta del pubblico ministero, domani da un collegio di tre. Con un preavviso di 5 giorni all’indagato “per evitare l’effetto dirompente sulla vita delle persone - come recita la relazione del ministro - di un intervento cautelare senza possibilità di difesa preventiva”. Non calcolando in quanti avranno il tempo di sottrarsi all’arresto, inquinare le prove, costruirsi un alibi, magari compiendo altri reati.

Tutti alleggerimenti ai poteri di investigazione dei magistrati per i reati che riguardano le classi dirigenti. Con nuove norme che limiteranno le cronache giudiziarie dei giornalisti, il divieto di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare, salvo “riassumerle” a discrezione del cronista, ignorando il rischio di imprecisioni, forzature, errori. Destinati, anche loro, a trasformare la giustizia nel ricorrente teatro mediatico pieno di equivoci ed emozioni. Vuoto di verità.