di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 24 dicembre 2022
“A chi dobbiamo dare ragione, al Tribunale o alla Televisione?”: è una domanda che ci siamo posti più volte assistendo agli interminabili processi paralleli che i programmi televisivi si arrogano il diritto di istruire, con il rischio di influenzare indagini e creando un pericoloso corto circuito mediatico-giudiziario.
È dell’altro ieri la notizia che Maria Angioni, l’ex pm che indagò sulla scomparsa di Denise Pipitone, la piccola sparita a Mazara del Vallo nel 2004, è stata condannata a un anno di reclusione, pena sospesa, dal giudice monocratico di Marsala. Era imputata di false informazioni al pubblico ministero.
Non è nostro compito entrare nei dettagli di un processo; è interessante, però, notare che ad Angioni si contestava l’apparizione in numerose trasmissioni televisive: “Era proprio il magistrato - si legge nella requisitoria del pubblico ministero Roberto Piscitello - a far assumere alla vicenda i connotati di un giallo, la cui mancata positiva soluzione riferiva essere dipesa da errori, da depistaggi, da interessi particolari di questa o quella consorteria criminale e soprattutto dalla infedeltà dell’organo di polizia che aveva condotto quelle indagini (senza dire sotto la sua direzione): il commissariato di Mazara del Vallo”.
Il caso di Denise Pipitone, scomparsa quando aveva solo tre anni e mai più ritrovata, ha infiammato tantissimi programmi, generando preoccupanti fenomeni da un punto di vista comunicativo, quali la serializzazione della tragedia, la riduzione del caso a reality show. Se poi a sfruttare l’esposizione televisiva c’è anche un magistrato, che era stato titolare del fascicolo, con accuse e informazioni ritenute devianti, il rapporto fra media e giustizia rischia di deflagrare. La sede dei processi è il Tribunale non la Televisione. Ora temo un programma con Maria Angioni protagonista.










