di Iuri Maria Prado
Libero, 26 agosto 2020
Non ci sono giornali né televisioni che si incaricano di proteggere queste altre vittime, perché giornali e televisioni sono occupati a dar spazio ai magistrati che reclamano il dovere dello Stato di proteggere le vittime: tutte, tranne quelle che fanno loro. Tra le tante stupidaggini che adornano la retorica forcaiola c'è, notoriamente, questa: che nell'amministrazione della giustizia occorrerebbe innanzitutto prestare attenzione ai diritti "delle vittime". Quest'idea, che purtroppo si accredita tanto facilmente a destra e a manca, è propugnata non solo dai demagoghi di una parte e dell'altra (pazienza), ma con perfetta serietà anche - direi soprattutto - dalle star della magistratura da telecamera.
L'idea è sciocca (e la pratica in cui rischia di realizzarsi è barbarica), perché se dovessimo misurare le pene sull'esigenza di giustizia delle vittime finiremmo tutti molto male. Se uno mi ruba un oggetto cui tengo è ben possibile che il mio desiderio sia di caricarlo di botte; se un altro torce anche solo un capello a mia figlia, io se posso gli taglio le palle: ma, in un caso e nell'altro, lo Stato che si intitolasse il potere di fare al mio posto quel tipo di giustizia sarebbe un pessimo Stato. Il che ovviamente non significa che i delitti non debbano essere prevenuti, accertati e sanzionati: significa che nel prevenirli, accertarli e sanzionarli non è possibile fare terra bruciata di diritti altrettanto importanti.
Per capirsi: c'è caso che se rastrello a capocchia 350 persone qualche delinquente lo becco e in tal modo proteggo le vittime dei suoi traffici, ma se l'operazione implica la galera ingiusta per decine di innocenti c'è qualcosa che non va. Siamo d'accordo?
Ma quella facile retorica sui diritti delle vittime, nonché discutibilissima in sé, appare anche meno decente quando risuona nei proclami del giustizialismo togato. Perché c'è una categoria di vittime verso cui, guarda caso, manca tutto quell'interesse, tutta quella cura, tutta quell'attenzione; c'è una categoria di vittime i cui diritti, stranamente, sono estranei alle propensioni protettive della magistratura editorialista e microfonata. Sono le loro vittime, le vittime della giustizia.
Sono i padri di famiglia ammanettati all'alba e sbattuti in galera per settimane, per mesi, per anni, prima del processo che si concluderà con l'accertamento della loro innocenza. Sono le mogli e i bambini che li vedono portati via da un corteo di automobili che finirà nel telegiornale che parla di mafia, di droga, di omicidio, di truffa, di mazzette, i segni distintivi appiccicati per sempre alla vita di quella gente. Le vittime sono i titolari di crediti sfiancati nei processi infiniti, gli imprenditori con le aziende sequestrate incapaci di sollevarsi quando infine la loro ragione sarà riconosciuta, i cittadini ridotti a un nome scolorito sul frontespizio di un fascicolo ricoperto da anni di polvere.










