di Martina Dei Cas
Corriere dell’Alto Adige, 15 ottobre 2024
Il libro del trentino Eraldo Mancioppi, che ha firmato la perizia su Benno Neumair. I casi, anche noti, incontrati in 40 anni di carriera. Sono persone nella loro unicità, non pazienti anonimi, quelli raccontati dallo psicologo e psicoterapeuta trentino Eraldo Mancioppi, nel libro “L’uomo di cartapesta e altre storie” (Edizioni Ets, 172 pagine, 15,20 euro). Un esordio nella narrativa in cui lo psichiatra di Ala ha raccolto 31 racconti, nati da oltre 40 anni di carriera. Il libro viene presentato in anteprima dall’autore domani alle 20.30 all’Ordine dei Medici di Trento, in dialogo con Claudio Agostini, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’azienda sanitaria di Trento. Poi il 7 novembre alle 19, alla Libreria Arcadia di Rovereto. Mancioppi è anche lo psichiatra che ha firmato la perizia su Benno Neumair, condannato per avere ucciso i genitori a Bolzano.
Dottor Mancioppi, lei ha vissuto l’entrata in vigore della legge Basaglia e la chiusura dei manicomi. Cosa ricorda di quegli anni?
“Ricordo “il guardiano”, protagonista del racconto che apre il libro. Era un signore anziano, che conobbi al manicomio di Marzana, vicino Verona, ai tempi della tesi di laurea. Stava di guardia su una panchina all’ingresso per assicurarsi che non lasciassi i fari della macchina accesi quando arrivavo. Segnalarmi quella dimenticanza era per lui un modo di sentirsi utile. E poi c’è Severina. La incontrai durante un percorso di reinserimento nel suo territorio natale, la Valle dei Laghi, dopo la chiusura del manicomio di Pergine. Segnata da un’infanzia povera, aveva trovato una parentesi di pace solo nel matrimonio con un uomo anziano. Rimasta vedova, continuò a cucinare per lui e a lasciare il cibo sulla sua lapide una volta alla settimana. Mi commosse vedere come una donna non scolarizzata aveva fatto suo senza saperlo un antico culto dei morti”.
Cosa accomuna le storie del “guardiano” e di Severina?
“La consapevolezza che, chiusi i manicomi, resta la necessità di cura e presa in carico delle persone. Mi fa effetto quando leggo di reparti psichiatrici costruiti in palazzine dismesse delle case di riposo. Come a creare “il Polo degli Inutili”: anziani e matti. Ciò che serve, invece, è un profondo lavoro di comprensione collettiva e di analisi delle potenzialità per favorire, se possibile, l’inserimento lavorativo del paziente”.
Negli anni Novanta ha cominciato a fare il consulente per il tribunale...
“Sì. Penso che anche la magistratura faccia parte della rete della cura. Su cento perizie, due, tre riguardano casi gravi, delitti crudi che impattano l’opinione pubblica. Le altre, invece, si riferiscono a piccoli reati, come lo schizofrenico che ruba i cartoni del latte. Ecco, fare la perizia, vuole dire riprenderlo in carico dal punto di vista medico e costruire insieme un progetto di crescita e guarigione. Anche se le storture non mancano”.
In che senso?
“Nel senso che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ovvero le strutture alternative al carcere dove viene mandato chi non è imputabile, non possono curare contro la volontà della persona. Dunque, se chi è inviato lì rifiuta la terapia e si comporta in modo violento, finisce comunque per essere spedito in carcere perché pericoloso. Il problema si sposta o si posticipa, ma non si risolve”.
Tra le perizie che ha firmato, c’è quella di Benno Neumair. Quanto pesa l’opinione pubblica sul suo lavoro?
“Di solito, quando lavoro ai casi mediatici, evito i giornali per non farmi influenzare. Ciò che conta è l’ascolto del periziando e la lettura attenta delle carte. Con Benno, per esempio, abbiamo lavorato settecento ore. Penso che, per chi fa lo psichiatra o il criminologo, partecipare a un talk show senza essersi prima ben documentato, sia imprudente. L’importante è mettersi nei panni dell’imputato o del paziente. Il mio compito è comprendere. Non giudicare”.
Dal suo libro traspaiono dedizione professionale e umanità nel tracciare i tratti caratteristici di ogni paziente. Chi l’ha colpita di più?
“L’uomo di cartapesta che dà il titolo al libro. Aveva l’abitudine di riempire di insulti gli altri ospiti della casa di riposo. A causa dei suoi modi, all’inizio lo battezzai “uomo di ferro”. Durante le sedute però la sua essenza si schiuse, restò soltanto l’uomo in tutta la sua fragilità e desiderio di essere compreso. Mi parlò della sua passione per la cartapesta e riuscimmo a ricavarne una scultura per i bambini di una vicina scuola materna. Purtroppo non è una storia a lieto fine perché qualche tempo dopo si è suicidato. Un epilogo felice è invece quello del ragazzo abbandonato dal papà, ossessionato dai treni con i quali il padre era partito, da adulto ha trovato il suo riscatto lavorando come autista. O la giovane che, negli anni Ottanta, ho accompagnato fuori dall’anoressia. Sto già lavorando a un altro libro e la sua storia ne sarà il perno”.











