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di Letizia Magnani

Grazia, 21 novembre 2024

Il bambino di 10 anni che ha colpito un coetaneo a Napoli. Le risse della movida a Milano. La guerriglia tra minorenni a Genova. C’è allarme per la diffusione di armi tra i giovani. Grazia ha indagato per capire le cause di una ferocia che esplode per motivi banali. Ferocia. È la parola che meglio descrive la violenza dei più giovani. Come quella del bambino di 10 anni che ha colpito con un coltello alla coscia un tredicenne: gli aveva chiesto il pallone con cui stava giocando con gli amici. È accaduto il 16 novembre a Giugliano, in provincia di Napoli. I dati della Polizia di Stato e le numerose vicende di cronaca dicono una sola cosa: si è abbassata l’età delle vittime di violenza, ma anche di chi commette i reati. Gli uni e gli altri hanno 15, a volte persino 13 o 10 anni, come si è visto. Il procuratore capo del Tribunale per i minorenni di Milano, Luca Villa, ha recentemente parlato di una “generazione con il coltello in mano”. Gli episodi in città nel 2024 in cui si è usata un’arma, quasi sempre, appunto, un coltello, sono stati 80. Moda? Tendenza? Nuova ondata di machismo? A commettere reati sono giovani sempre più piccoli, italiani, oppure minori non accompagnati arrivati da Paesi lontani o di seconda generazione. Ad accumunarli, la povertà e l’aggressività.

La conferma di una generazione con il coltello in tasca arriva un po’ da tutta Italia. A Pisa una baby gang guidata da un quindicenne ha preso a calci e pugni alcuni coetanei, estraendo il coltello. Nel centro di Genova ogni notte è guerriglia e le forze dell’ordine fermano molti minorenni violenti. “A volte sono così giovani da non essere imputabili”, dicono le forze dell’ordine.

A Napoli, come a Torino, Milano, Rimini (dove sono appena stati arrestati tre giovani per una presunta violenza sessuale di gruppo), ragazzini poco più che adolescenti girano armati di pistole e sempre più spesso di coltelli, rompono i vetri delle auto in sosta, aggrediscono coetanei e adulti, con particolare accanimento verso controllori di treni e autobus, ma anche di persone considerate deboli, come disabili o persone dichiaratamente Lgbtqia+. “Deve fare riflettere l’aumento della violenza, in particolare delle rapine con l’utilizzo di un’arma, quasi sempre un coltello (80 episodi da gennaio a Milano), degli omicidi e dei tentati omicidi che nel giro di tre anni sono passati da 5 ai 24 dell’ultimo anno”, dice ancora Villa, Procuratore capo a Milano.

Alle sue parole fanno eco quelle della procuratrice dei minori di Napoli, Maria de Luzenberger. “Mai visto reati così feroci in 18 anni di lavoro in procura. Poca scuola, famiglie assenti o spesso legate alla criminalità organizzata: questo è l’identikit dei responsabili di omicidi, rapine e sparatorie. Nessuna empatia da parte dei minori arrestati, nessuna consapevolezza del dolore che provocano. Servono modifiche alla legge con misure più severe”, dice de Luzenberger.

Don Claudio Burgio è il cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e ha fondato la comunità Kayròs di Vimodrone (Milano). Il religioso ha preso il testimone da don Gino Rigoldi, che, a 85 anni, è ancora per strada ad aiutare i giovani. “Dal mio osservatorio vedo ragazzi molto fragili, analfabeti dal punto di vista emotivo e sentimentale. Non riconoscendo le proprie emozioni, e quelle altrui, sono spesso aggressivi, hanno scatti d’ira anche per motivi molto futili. Tengono alla loro immagine sociale più che a tutto il resto”, dice don Claudio, autore del libro Il mondo visto da qui. Riflessioni di un prete in carcere al tempo delle baby gang (Piemme). Nella sua comunità, dove attualmente ci sono 50 ragazzi, il più giovane ha 13 anni. “Al Beccaria, quando incontro i ragazzi per la prima volta, hanno un atteggiamento di sfida, spesso manipolatorio: sanno che posso farli uscire dal carcere”, dice don Claudio. “Non esistono, a mio avviso, ragazzi “cattivi”, sicuramente quello che alcuni di loro hanno commesso è molto grave, efferato, ma di base, e non è certo una scusa, sono ragazzi soli, senza adulti di riferimento. Quella del coltello è una moda, ma è anche qualcosa di più preoccupante. Quando li conosci, capisci che sono l’antibullo, ma nel coltello o nella pistola, nelle droghe, questi giovani trovano - è il loro pensiero - il modo per farsi rispettare”.

A Jesi i giardini pubblici sono stati presi di mira da una baby gang capitanata da un ragazzo di 19 anni. Ora i giovani sono assicurati alla giustizia, ma le rapine, le aggressioni e le violenze con pistole e coltelli sono ancora vivide nel ricordo dei cittadini. Le baby gang sono un po’ ovunque, da Padova a Napoli, e il copione è sempre lo stesso. Ragazzini armati, che scorrazzano per città e paesi, aggredendo le persone, senza un apparente motivo, ma con violenza inedita e sempre più feroce. In Campania, e a Napoli in particolare, le baby gang sono spesso legate alla criminalità organizzata, allo spaccio, ma c’è un problema in più, ovvero il fatto che molti dei baby criminali non vanno a scuola. “La prima regola per far rispettare la legalità nella nostra regione è l’obbligo scolastico”, sottolinea la procuratrice Maria de Luzenberger. “La maggior parte dei minori che finiscono davanti alla giustizia ha alle spalle un percorso scolastico interrotto”. Senza scuola, adulti di riferimento, ma con coltelli e pistole in tasca, i ragazzini si avvicinano alla criminalità.