sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Chiara Marasca

Corriere del Mezzogiorno, 6 maggio 2025

Le riflessioni dei giovani detenuti dell’Ipm nel laboratorio di lettura a partire dal libro “Il Narcos” di Daniela De Crescenzo, sulla storia del boss Raffaele Imperiale. Ma c’è chi dice: “Non è un esempio perché vendeva la droga”. C’è un ragazzo detenuto a Nisida che dice così: “Per avere più soldi e fare la bella vita noi facciamo le rapine e le truffe. Va bene, siamo finiti in carcere, ma chi va per questi mari questi pesci prende. Non ci mettiamo a piangere dietro le sbarre”. Ma, per fortuna, nello stesso istituto penitenziario, solo qualche cella più in là, c’è una minorenne che la pensa così: “I miei valori qui sono cambiati, ho capito che i soldi non sono tutto, la lettura e la musica sono loro, adesso, il mio tutto”.

E sembra di vederli, a leggere queste parole, amaramente in contrasto tra loro, i personaggi di “Mare Fuori” che in questi anni ci hanno raccontato, nella finzione scenica, come può essere la vita da reclusi per gli adolescenti. Quella dei baby boss recidivi e quella di chi si pente. Ma queste parole, a differenza di quelle recitate nella fiction di successo, sono vere e messe così, nero su bianco, ci proiettano davvero nel loro mondo, offrendoci una prospettiva che è, in verità, solo raramente confortante, perché nella maggior parte dei casi prevale uno scorcio cinico, distorto, ancora lontano dall’approdare alla consapevolezza dell’errore.

Il laboratorio di lettura - Le riflessioni dei giovani detenuti sono emerse nel corso del laboratorio “Un libro per far crollare un muro”, partito nell’Ipm diretto da Gianluca Guida il 18 febbraio 2025. Al centro del percorso c’è stata la lettura del libro “Il Narcos”, scritto dalla giornalista napoletana Daniela De Crescenzo insieme al finanziere Tommaso Montanino, vincitore della sezione Nisida del premio Elsa Morante, che racconta la storia del narcotrafficante Raffaele Imperiale. Un boss che ha commerciato con le Farc boliviane e ha gestito una fabbrica di coca in Brasile, alimentando un giro di affari valutato dalla Dea più o meno in 23 miliardi di dollari; che ha stretto patti con gli scissionisti di Scampia; che ha consegnato allo Stato due quadri di Van Gogh e un’isola al largo di Dubai per trattare sconti di pena, e che, dopo l’arresto si è, infine, deciso a collaborare con la giustizia. Una vita rocambolesca e spericolata che, si è immaginato, potesse suscitare la curiosità dei ragazzi. E così è stato. “Gli operatori che li hanno seguiti nel progetto - dice De Crescenzo - ci hanno raccontato che si sono appassionati alla lettura e quasi si strappavano il libro di mano”.

Un libro che è stato pretesto, e opportunità, per avviare con i giovani detenuti un dibattito - portato avanti insieme a docenti, operatori e guardie carcerarie - sui temi che riguardano direttamente la loro vita: il valore del denaro e del lusso, l’amore, il valore della scuola a partire dalla primissima infanzia, la famiglia, l’amicizia, la libertà. L’obiettivo era provare ad infrangere, incontro dopo incontro, quei miti che hanno alimentato la vita del criminale di cui leggevano, riconoscendone il veleno. Ma gli scritti dei ragazzi raccontano che solo in alcuni casi il terreno è risultato già fertile per questa operazione. In altri, invece, il percorso si è mostrato ancora in salita, perché profondamente inquinato da pericolosi stereotipi, diffusi purtroppo in un’ampia fascia giovanile.

I disvalori - “Quello che colpisce”, commenta De Crescenzo, “è che i disvalori che sembrano guidare i comportamenti e i pensieri di questi ragazzi detenuti, come l’eccessiva importanza data al denaro e ai vestiti firmati, che spesso li ha spinti a compiere reati, o una visione malata dell’amore, non sono poi molto diversi da quelli di tanti minorenni che compiono percorsi regolari, nella legalità. C’è una bolla che avvolge gli uni e gli altri, la convinzione che senza l’adesione a certi codici si faccia fatica ad essere accettati dal gruppo e più in generale dalla società”.

Sulla stessa linea la riflessione di Luigi Salvati, docente dell’Ipm che ha coordinato il progetto (con lui Maria Giulia Spadetta, Claudio Bolognino, Eloisa Di Rosa, Ersilia Saffiotti, Rossella Luongo, Francesca Siano, Francesca De Lucia, Ornella Pulcrano e Pina Canonico): “L’Ipm funge da casa di risonanza, qui tutto si amplifica, ma la verità è che i disvalori di questi ragazzi pertengono in modo più ampio al clima e alla realtà di questo momento storico. E attraversano tutte le classi sociali. C’è stato uno sviluppo economico, ma non un progresso e in questo contesto la persona sparisce”. E dunque? Da dove ripartire? “Proprio dagli scritti dei giovani detenuti. Dai loro analfabetismi etici, sociali ed emotivi. Bisogna fare lavoro di squadra, nessuno ha la ricetta”.

Il lusso - Nei fogli consegnati dai ragazzi al laboratorio di lettura c’è chi scrive che “L’abito è tutto, io voglio firmata anche la cinta”, e chi “I soldi nella vita hanno un valore enorme, più hai soldi e più vieni rispettato”. E così, chi come Imperiale ha inseguito con ogni mezzo la ricchezza e si è fatto strada nel mondo criminale, viene visto da molti come un eroe: “Con la sua intraprendenza è riuscito a guadagnare tanti soldi con i quali ha contrattato con lo Stato. Con astuzia ha saputo raggirare le persone e ad imporsi a livello internazionale diventando un uomo di potere terribile.

Non condivido, però, che abbia deciso di collaborare con la giustizia”, scrive un detenuto, mentre un altro pensa che “sia stato una mente brillante costruendo e mantenendo un largo giro di corruzione. Anche se si è pentito per essere un esempio per i figli, non condivido che abbia coinvolto amici e conoscenti coi quali ha realizzato un impero illegale”. Infonde speranza, invece, chi scrive così: “Per me è giusto che si dia una seconda possibilità alle persone che hanno sbagliato. Imperiale, per me, non è un esempio perché vendeva la droga, un male che uccide migliaia di giovani”.

L’amore - L’amore, dicevamo. “Non so cos’è l’amore, non mi sono mai sentito amato, non ho mai avuto un bacio, un abbraccio o una carezza. Non so dare amore perché non so cosa è, lo vorrei sapere!”, scrive un detenuto, o una detenuta, descrivendo con poche e semplici parole quei vuoti emotivi che molto spesso spingono su strade sbagliate. Fino alla più terribile: “Per amore io sono qui dentro. Io per amore ho commesso un reato e capisco tutti quelli che fanno un reato per amore”.

E delle dinamiche affettive emerge molto spesso un’idea completamente sbagliata: “Si può imporre il sentimento dell’amore, perché se io porto la mia ragazza in un bell’albergo e le faccio regali importanti lei poi mi deve ringraziare con il suo amore”. Ma qualcuno pensa, al contrario: “Farei qualsiasi cosa per fare innamorare di me la ragazza che mi piace, ma non comprandola con ristoranti e vestiti costosi, ma scrivendole poesie e facendole ascoltare musica romantica”.

La libertà - Infine la libertà, idea complessa e dalle molte letture. Ancora di più per chi vive, come i giovani detenuti, in un contesto in cui è sacrificata. “Mia madre si spacca la schiena per lavare le scale in tre palazzi, la mattina presto poi va da un’anziana, le cucina e la sistema. Poi la sera si occupa di noi cinque figli. Mia mamma non li fa i reati, ma lo stesso non è libera. Io con le rapine in dieci minuti mi faccio quello che lei prende in tre mesi di fatica, sono molto più libero io di lei anche se sono in galera”, si legge in uno degli scritti raccolti, mentre un altro racconta: “Secondo me la libertà è dentro di noi. Mi piace dire a me stesso che lascerò questo posto quando lo decido io”.