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di Giuseppe Pollicelli

La Verità, 12 maggio 2025

Lo scrittore Aurelio Picca: “Una volta anche i violenti avevano delle regole. Tra i duellanti c’era un reciproco riconoscimento, l’agguato era l’eccezione. Ora non ci si rende conto delle azioni”. “Quando ero ragazzo io, negli anni Settanta, ma direi ancora fino quando il mondo non si è definitivamente globalizzato, quindi intorno alla metà degli anni Novanta, non credo ci fosse meno violenza giovanile di quanta ve ne sia attualmente. Aveva però una qualità diversa”. 

Aurelio Picca, nato 68 anni fa a Velletri, cittadina nei pressi dei Castelli romani, è uno scrittore che nei suoi romanzi si è occupato molto di violenza, basti pensare a “Il più grande criminale di Roma è stato amico mio”, uscito nel 2020 per Bompiani, in cui si racconta l’apprendistato delinquenziale di un giovane che sceglie come propria guida e punto di riferimento Laudovino De Sanctis, detto Lallo lo zoppo, uno dei banditi più feroci (è morto in carcere a Torino, non ancora settantenne, nel 2004) nella storia criminale di Roma.

“Bullismo e prepotenza erano pane quotidiano già allora, ci mancherebbe”, prosegue Picca, “ma costituivano un qualcosa rispetto a cui, tutti quanti, si era maggiormente preparati: come se si trattasse di una prova da affrontare e possibilmente superare per diventare grandi, per maturare”.

 

Lei l’ha sperimentata anche direttamente, da giovane, la violenza?

“Certo, ma ribadisco che vivere la violenza, allora, non significava necessariamente subirla o attuarla su di un piano fisico. Questo, anzi, avveniva abbastanza di rado. Ricordo che una volta, avrò avuto 16 anni, un tizio che faceva il musicista e girava a bordo di una moto Kawasaki 750 aveva preso a infastidire la mia ragazza dell’epoca. Io sono andato da lui e, a brutto muso, gli ho detto che doveva farla finita. Lì potevano succedere due cose: una è che mi gonfiasse di botte; l’altra, quella che è effettivamente capitata, è che percepisse una mia qualche “autorevolezza” in grado di disinnescare il suo machismo da bulletto. E questo è stato possibile perché il tipo mi ha avvertito come un suo “simile”: ossia c’era tra di noi, pur con tutto quello che ci distingueva, un codice comune, una possibilità di comunicazione”.

 

Una sorta di reciproco riconoscimento...

“Proprio così. Ed era sottintesa l’idea che fra di noi potesse e dovesse svolgersi un duello, per quanto sublimato. Se si ragiona nei termini del duello, della sfida, è implicito che vengano accettate - e pertanto che si rispettino delle regole. Regole che, in qualche modo, hanno a che fare con il concetto di onore. Mettendo da parte certe degenerazioni che si verificavano quando subentrava l’alibi della politica, la modalità dell’agguato - specie se attuato da più persone - era sostanzialmente inconcepibile, diversamente da oggi. C’è poi un’altra differenza rilevante”.

 

Quale?

“La violenza era modellata anche da un rapporto che vorrei definire “muscolare” con la realtà. Ma, attenzione, parlo dei muscoli di chi non poteva esimersi dal mettere la fatica al centro della propria vita, come i macellai o i garzoni di bottega. Il fatto che una quota spesso non piccola di violenza fosse presente nel lavoro, consentiva una valida gestione e un controllo della propria forza e del proprio corpo. Pensiamo alla diversità dei fisici degli atleti di 50 o 40 anni fa rispetto a quelli odierni: dei calciatori, per esempio. Oggi i muscoli si sviluppano in palestra, facendo i pesi e magari con l’ausilio di estrogeni o altro, per cui la verità profonda della violenza e di tutto ciò che essa comporta è come evaporata. Un ragazzo che lavorava in una macelleria non si vedeva mica arrivare i quarti delle bestie già sezionati industrialmente, doveva compiere una violenza sulla carcassa dell’animale e per farlo doveva ricorrere, in modo sapiente, alle sue energie fisiche naturali. La mutazione fondamentale è stata proprio questa: il passaggio da una violenza per così dire naturale a una “perversa”, in quanto irreale”.

 

I ragazzi che oggi aggrediscono un coetaneo, talvolta fino a ucciderlo, non sarebbero dunque in grado di rendersi conto di quello che le loro azioni possono produrre...

“Precisamente. E la provenienza dei ragazzi non ha secondo me un grande peso: è chiaro che in ogni città vi sono zone più problematiche di altre, ma quest’attitudine alla violenza inconsapevole è trasversale e può riguardare tanto chi vive in periferia quanto chi vive nel cosiddetto centro. La distinzione fra centro e periferia, peraltro, ha perso quasi del tutto di significato, nel senso che da un punto di vista sociale - aspirazioni, gusti, modelli, comportamenti - centro e periferia si somigliano ormai in maniera impressionante, sono pressoché intercambiabili”.