di Vittorio Coletti
huffingtonpost.it, 26 febbraio 2026
I dati di Antigone mostrano come aumentino i minorenni in carcere malgrado non aumentino i loro reati. La reazione di un’Italia che invecchia e vede nei giovani non il futuro ma una minaccia. E una società che non spera nei giovani è una società disperata. Pur a fronte di un numero di reati commessi da minori inferiore di gran lunga a quello della media europea, i minorenni incarcerati sono dal 2022 al 2025 aumentati del 35%. I reati stessi, nel nostro Paese, sono diminuiti per anni dal 1995 e solo di recente sono tornati a crescere, anche per l’aumentato numero di quelli legati alla violenza sessuale, oggi molto più avvertiti e denunciati di un tempo, e per l’introduzione di nuovi profili di reato, gran voga governativa che comporta automaticamente più rei, anche dove non ce ne sarebbe bisogno.
Sta di fatto che i minori in carcere sono molti più di prima e la giustizia minorile, in passato fiore all’occhiello di quella nazionale, è precipitata per qualità e modernità di servizio. Ci si può interrogare sulla percezione popolare dei reati dei minori; sul peso che ha su di essa il fatto che ne siano autori non pochi extracomunitari illegali, i cosiddetti non accompagnati, mantenuti con vitto e alloggio ma completamente abbandonati al loro destino frustrato e rabbioso di esclusi e randagi; ma resta che la società oggi sta reagendo alla per altro non inedita violenza minorile con la punizione del carcere, molto più che nel recente passato.
Ci sono tante ragioni di questa recrudescenza della punizione a spese della rieducazione, come se la società avesse rinunciato in partenza all’ipotesi di recuperare i giovani devianti. Intanto, c’è il senso di pericolo trasmesso dalla violenza giovanile, ormai spesso (impropriamente: coltelli, bastoni ecc.) anche armata, che, per altro, è solo l’immagine speculare tra gli adolescenti della prepotenza verbale e gestuale che domina nei rapporti adulti. Poi, c’è la sensazione di paura, se non di ostilità, verso i giovani coltivata neppure tanto nascostamente da una società di vecchi, che non fa più figli, alleva solo cani e si spaventa di fronte alle manifestazioni più fisicamente strabordanti degli adolescenti. C’è la perdita della speranza sociale, una delle tante forme della cultura del ripiegamento, che rende oggi quasi impronunciabile l’antica e aurea aspirazione al progresso. Infine, c’è la rinuncia a trasmettere un sano e saggio principio di autorità in ambito familiare, delegandone tutto l’insegnamento alle istituzioni pubbliche, dove si pensa che possa riemergere dal suo spegnimento nelle mura domestiche. Ma, fallita in questo compito anche la scuola (subito, per altro, contestata se cerca di svolgerlo), per i colpevoli di reati anche modesti, il carcere resta l’unica soluzione e, quindi, con esso, la punizione al posto della rieducazione.
Per giustificarsi, la società collerica del “decreto Caivano” dichiara che i giovani di oggi sono più adulti di una volta e che perciò non c’è da avere con loro troppa indulgenza. Naturalmente, non è vero, semmai è vero il contrario, cioè che sono più a lungo adolescenti (per cultura, pensieri) gli adulti; ma la cosa non turba perché nessuno vede chiaramente i propri difetti. Così non turba la certezza che il carcere sia il luogo che favorisce più di tutti la recidiva e funzioni bene solo come palestra del crimine, accettato senza batter ciglio come esito inevitabile del fatto che lì il criminale frequenta altri criminali. Un carcere come sede di rieducazione, ammesso che un carcere possa esserlo, è un pensiero cui non si concede neppure più l’attenzione retorica di circostanza. Il problema non è solo il carcere; ma anche il tipo di carcerazione, purtroppo.
Ora, si sa bene che è inutile affannarsi a distinguere la realtà dalla sua percezione, perché la realtà che conta è solo quella percepita. Ma se cresce la percezione della pericolosità del giovane, decresce anche quella della possibilità di migliorarlo, recuperarlo a rapporti sociali più distesi e rispettosi. E una società che non spera nei giovani, è una società disperata, che insegna ai suoi ragazzi quella cattiveria e violenza che poi punisce in loro quando la imitano.









