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di Maddalena Messeri

La Repubblica, 22 settembre 2025

L’inchiesta di Raffaella Di Rosa nelle carceri minorili tra “maranza”, sogni infranti e nessuna idea di futuro. Soli, arrabbiati e senza futuro, sono questi i giovani reclusi che popolano gli istituti di pena per minorenni in Italia. Quello che un tempo si chiamava il “riformatorio” e che doveva riabilitare i ragazzi alla vita in società, è invece diventato un luogo di dolore e violenze come testimonia il libro Vite minori di Raffaella Di Rosa, edito da il Millimetro. La giornalista affronta a passo di cronaca la situazione della detenzione minorile dopo il decreto Caivano - norma che prevede l’ampliamento della custodia cautelare e la limitazione di misure alternative - mettendone in luce tutti i limiti, a partire dal sovraffollamento.

L’autrice, a differenza della versione edulcorata della fortunata serie Mare fuori, con un’attenta indagine mostra senza filtri come le carceri minorili siano diventate il simbolo di un sistema fallace e lo fa attraverso la voce di sette detenuti adolescenti e degli adulti che gravitano intorno a un istituto: agenti, educatori, infermieri, preti e magistrati.

L’idea di questo saggio nasce dopo la notizia sconvolgente del suicidio del diciottenne egiziano Loka Moktar Youssef Barson, che a San Vittore si è tolto la vita dandosi fuoco. Nonostante la perizia psichiatrica avesse riconosciuto il suo forte disagio mentale, non fu comunque affidato a una comunità terapeutica, ma lasciato in cella. Poi c’è Hisham, orfano, scappato dal Marocco e diventato ladro, che aveva il sogno di diventare barbiere. Anche la diffidente Flora, ora nel minorile di Pontremoli, vorrebbe fare la parrucchiera. E cantante rap vorrebbe diventare Willy Boy, il bambino che tutti hanno abbandonato, e che sta scontando la sua pena nella comunità Kayros. Mentre Said purtroppo non sa più sognare, e ogni tanto si procura delle ferite sul corpo. E poi c’è F., che tra poco diventerà maggiorenne nel minorile di Catanzaro, dove è detenuto per aver partecipato al lancio di una bicicletta elettrica dai Murazzi del Po di Torino, condannando un giovane alla sedia a rotelle. Sono gli ultimi degli ultimi. I figli di nessuno. Al nord vengono chiamati “maranza”, piccoli delinquenti, ragazzi di strada alle prese con le dipendenze dalle sostanze stupefacenti e la criminalità. Così, una volta incarcerati nei minorili, covano rabbia e organizzano sommosse, come al Ferrante Aporti di Torino in cui è stato bruciato di tutto, urlando “Rivolta! Questo carcere fa schifo!” e postando addirittura il video su TikTok.

“Mai vista una cosa del genere” sostiene Monica Gallo, la garante dei detenuti di Torino. “Hanno dormito per giorni sui materassi per terra, e sembrano dire: “Tu mi fai stare così, io ti distruggo il contenitore in cui mi hai rinchiuso”. Sono queste le “vite minori” che urlano il loro disagio, esistenze che non possiamo dare per spacciate, perché anche loro hanno il diritto di sognare una vita diversa. Perché come dice don Burgio della comunità Kayros, “non esistono ragazzi cattivi” e ogni istituto deve aiutare i suoi reclusi a crederci per primi.

“Vite minori” di Raffaella Di Rosa (pagg. 160, euro 18, il Millimetro)