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di Daria Bignardi

vanityfair.it, 11 settembre 2024

La morte di Youssef Barsom a San Vittore, a soli 18 anni, ha addolorato la comunità che lo aveva accolto al suo arrivo in Italia. Ma come lui, sono tanti i giovanissimi che hanno bisogno di aiuto, non di reclusione. I sottili materassi delle celle, anzi, delle “camere di pernotto” come si chiamerebbero, dovrebbero essere ignifughi. Questi particolari materassi hanno una scadenza, invece quasi mai vengono rinnovati e, anche quando non si incendiano, se gli dai fuoco rilasciano un gran fumaccio nero che intossica chi lo respira. I detenuti che li bruciano per protesta lo sanno, infatti si coprono la testa con asciugamani bagnati cercando di stare lontani dai materassi; ma le celle sono piccole e quasi mai ci riescono. Quindi: o si intossicano o si ustionano o, addirittura, certe volte muoiono.

Come è successo a Youssef Barsom, egiziano, 18 anni compiuti a febbraio, chiuso a San Vittore da luglio per aver rubato una collanina in stazione Centrale a Milano. Nell’impotenza e desolazione della notizia, ho pubblicato su Instagram una sua foto mandata da Cecco Bellosi della comunità Il Gabbiano, che lo aveva avuto tra i suoi ospiti. Youssef era arrivato in Italia dopo la trafila delle torture nelle carceri libiche subite quando era un ragazzino, ed era traumatizzato, con problemi psichiatrici. Cecco Bellosi e gli altri che lo hanno conosciuto dicono che hanno i telefoni pieni di sue foto, perché gli piaceva tantissimo farsi i selfie e che, nonostante i molti problemi, era un ragazzo che si faceva volere un gran bene. Spesso si ama di più chi è più complicato, soprattutto se è giovanissimo.

I ragazzini non dovrebbero stare in carcere, né al minorile e tanto meno in quello dei grandi. I ragazzini fanno un sacco di sciocchezze: a volte sono autolesionisti, ingestibili, indisponenti e insopportabili. Hanno bisogno di aiuto, non di essere chiusi in prigione. Molti di noi hanno bisogno di aiuto e le risorse mancano per tutti, soprattutto per i malati, i disabili, gli anziani, i poveri. E i ragazzi migranti, traumatizzati, soli, problematici. Un’educatrice di Youssef Barsom, sotto la sua foto, ha scritto: “Oggi è un giorno nero, non solo per noi che gli abbiamo voluto bene, ma anche per l’Italia, un Paese che non sa dare una chance alle persone fragili”.