di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2026
È vietato. Anzi no, “è severamente vietato”. Su quel “severamente” mio nonno materno, ufficiale dei carabinieri, imbastiva gustosissime ironie. Che cosa vuole dire allora il divieto non severo? Che un comportamento è vietato amorevolmente? O che è un pochino vietato, ma non troppo? Forse il divieto severo prevede ceffoni (allora si davano) o ramanzina con serata in gattabuia (allora si facevano)? Ci scherzava giustamente. Perché o è vietato o non lo è. Il di più era frutto del demonio, ovvero della mentalità italiana. Nel senso che l’avverbio certificava l’impotenza della legge.
Ripenso a lui quando vedo che sempre di più l’aumento della sicurezza viene affidato a riti analoghi. Istituire nuovi reati, alzare le pene, abbassare l’età imputabile. Per fronteggiare qualsiasi fenomeno sgradevole, per contrastare devianze sociali o anche forme di maleducazione. Sembra che il Paese non possa più essere governato senza istituire ogni settimana nuovi reati. Nella convinzione che all’annuncio il popolo si rassicurerà, e che i suoi governanti aumenteranno la propria affidabilità e autorevolezza. Ammettiamolo, siamo tornati ai tempi delle grida manzoniane.
Mentre ci proiettiamo verso i brividi futuristici dell’America tornata “great”, diamo fondo alle nostre profonde eredità spagnolesche. Dimostrando di non sapere proprio rinunciare a fare della vita una commedia. Basti per tutte la vicenda dei rider milanesi, delle masse di disperati costrette a vivere di lavori pagati meno di tre euro l’ora. Lavori umili, faticosi e pericolosi, privi di qualsiasi garanzia. Basta passare davanti a forni, pizzerie o grandi bar per vedere riuniti a grappoli sui marciapiedi questi diseredati accanto alle proprie biciclette in attesa di due pizze da trasportare. Solo nel mio quartiere mi imbatto, camminando, in tre o quattro di questi luoghi.
Di giorno e soprattutto di sera. Sono scene che stringono il cuore (se si può ancora dire) per quel che rivelano. Migrazioni, solitudini, povertà, fatiche da sfinire. Condizioni di sfruttamento che abbiamo voluto chiudere a doppia mandata nella nostra memoria e che invece sono ancora lì, davanti a noi, contro tutto il diritto del lavoro e anche contro il codice penale, senza parlare della Costituzione. Naturalmente in loro difesa nessuno ha proposto di istituire nuove leggi.
O di alzare le pene. Questa è roba che si promette ai benpensanti e soprattutto a chi ha il diritto di voto. Non ai disgraziati. Però è successa di recente una cosa importante. La procura di Milano ha avviato un’inchiesta a vasto raggio sul fenomeno, ha stretto nell’angolo la maggiore società del settore, che lo ha sfruttato oltre l’incredibile; e la sta obbligando a osservare le leggi. Una sorta di accompagnamento coattivo verso la legalità (e la dignità della persona).
Ecco, è stata una vera rivoluzione. Nei rapporti sociali e nei costumi civili, naturalmente se l’intervento giudiziario produrrà effetti stabili. Ci siamo così resi conto che un pezzo di “civiltà” post-moderna è stato costruito su rapporti sociali precapitalistici. Però il punto che voglio sollevare è soprattutto uno. Per fare questa rivoluzione è stato forse istituito un nuovo reato, con contorno di grancassa e propaganda elettorale? Sono state aumentate le pene dei reati esistenti?
Nossignori. Si è semplicemente usata la legge che c’era. La si è letta e interpretata fedelmente in rapporto alla concreta situazione sociale. Caporalato? Certo che lo è. Non più braccianti ma ciclisti. Ossia il contrario esatto delle grida manzoniane. Senza maledizioni verso alcun gruppo etnico e sociale. Trovo che sia una grande lezione per tutti. Per i tifosi del severamente vietato, per gli inventori di reati al pallottoliere. Per quelli che preferiscono arringare piuttosto che fare. P.S. E, se è consentito, la gratitudine del Fatto alla procura di Milano e al dottor Paolo Storari.










