di Valentina Marotta
Corriere Fiorentino, 27 aprile 2023
Antonio Pezzuti, presidente della sezione Gip del tribunale di Firenze: “Ogni giorno la polizia decide se portare una persona davanti al magistrato o al pronto soccorso. C’è il figlio, spesso con disturbi bipolari o schizofrenia, che maltratta i genitori e il rapinatore tossicodipendente o malato di alcolismo, che arma in pugno si procura la droga. Si tratta di casi borderline che pongono al magistrato un problema di fondo: quando lo psichiatra accerta che l’indagato è pericoloso come lo conteniamo? Le Rems sarebbero la soluzione, funzionano ma non sono sufficienti”. Lo sa bene Antonio Pezzuti, presidente della sezione Gip del tribunale di Firenze.
Nel suo ufficio, ogni giorno i giudici convalidano l’arresto per i reati più gravi e decidono le sorti degli imputati, rinviando a giudizio, condannando con rito abbreviato o con patteggiamento, o facendo cadere le accuse contestate dalla Procura. Un lavoro intenso come in un pronto soccorso di ospedale. “Negli ultimi 15 anni mai era successo un caso come quello di Pisa, o che un imputato aggredisse a morte un medico, un consulente o un perito. Su un altro fronte è preoccupante l’aumento dei maltrattamenti in famiglia: ogni caso impone di indagare se chi ha aggredito i genitori, la moglie o il marito soffra di disturbi psichici. Anche le rapine sono spesso connesse a disturbi psichiatrici e a tossicodipendenze”, spiega Pezzuti.
È un fenomeno in crescita?
“Almeno una volta la settimana arriva una richiesta di misura per maltrattamenti: spesso sono i figli che minacciano e picchiano i genitori. Ma è rarissimo che la persona indagata non sia condizionata da tossicodipendenza o malattie psichiatriche o da entrambe. Sono questi i casi più comuni e più a rischio”.
Perché più a rischio?
“I genitori difficilmente denunciano il figlio: sopportano a lungo e solo quando sono esasperati chiamano polizia e carabinieri. Ma è quella la situazione più a rischio anche sotto il profilo psichiatrico per l’indagato. Si deve decidere nell’urgenza e, in questi casi, va tutelata la persona offesa più che l’aggressore. Se non è palese che l’indagato sia totalmente incapace di intendere e volere, è sottoposto alla misura in carcere o di altra natura. Poi si procede all’accertamento psichiatrico che può andare avanti anche fino a tre mesi”.
Il carcere è anche in questi casi la misura idonea?
“Assolutamente no, ma nel bilanciamento di tutela dei diversi interessi, va tutelata la vittima. Poi si pone il problema della cura dell’indagato. Le Rems accolgono coloro che sono ritenuti molto pericolosi. Purtroppo le strutture sono insufficienti e lunghe le liste di attesa. Nel frattempo che si liberi un posto, l’indagato dichiarato parzialmente incapace di intendere resta in cella. Per i casi più gravi, la legge non prevede il carcere: si può disporre la libertà condizionata alla disponibilità dell’indagato a sottoporsi alla terapia. Per chi rifiuta scatta il soccorso psichiatrico, sempre in attesa che si liberi un posto in una Rems”.
Le Rems restano l’unico strumento per il contenimento della pericolosità...
“Sì, per questo occorre potenziarle e incrementare il personale specializzato. Vanno anche consolidate le comunità per accogliere gli indagati con patologie psichiatriche meno severe. Mesi fa, un uomo è stato assolto dall’accusa di omicidio volontario per vizio totale di mente e per lui il tribunale di Pisa aveva disposto il ricovero in una Rems per 15 anni. Invece è stato ricoverato in un policlinico toscano e non è accettabile. L’ospedale non può essere una struttura di contenimento della pericolosità. Nemmeno un reparto psichiatrico: occorre investire in strutture specializzate e personale qualificato”.










