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di Edmondo Bruti Liberati

La Stampa, 17 giugno 2022

Questioni tecniche e di difficile comprensione non hanno coinvolto la popolazione. I referendum sulla giustizia hanno raggiunto il record di mancata partecipazione. Diverse sono le ragioni di questo sonoro No che l’elettorato ha rivolto ad un referendum proposto su complessi temi di giustizia.

Si dice: è mancato l’”effetto traino” dei quesiti su cannabis e eutanasia. Ma pensiamo di essere ad un supermarket ove i consumatori, attratti dai prodotti elegantemente presentati all’inizio delle corsie oppure offerti in “sottocosto”, riempiono poi il carrello di altri prodotti magari inutili? Questo argomento dovrebbe, al contrario, far riflettere sulle distorsioni indotte da tornate referendarie in cui già di per sé la somma di numerosi quesiti rendeva più difficile la valutazione di ciascuno, soprattutto quando i temi sono molto diversi tra loro.

Si è lamentata la scarsa attenzione dei media: i mezzi di comunicazione possono stimolare il dibattito, ma non creare un interesse che sia assente o debole. E poi i quesiti sulla giustizia riguardavano tematiche sulle quali il dibattito è sempre vivo. Legge Severino e processi a sindaci con diversi esiti in appello rispetto al primo grado hanno riempito pagine di giornali e notiziari Tv. Custodia cautelare è costante terreno di dibattito e scontro tra sostenitori di “legge e ordine” e “garantisti”; negli ultimi mesi è stata sullo sfondo del dibattito molto vivo, in Parlamento e nella società, sulla presunzione di innocenza.

Per non dire di Consiglio superiore della magistratura e “correnti” dell’Associazione Magistrati oggetto di libri, tanto poveri di analisi quanto ricchi di polemiche che hanno raggiunto per qualche giorno le vette nelle classifiche delle vendite. Ma non sono mancati diversi libri di approfondimento, con diversi accenti, come quelli recenti di Sabino Cassese e Luciano Violante. Il problema era quello della formulazione dei quesiti sulle singole questioni.

Sulla legge Severino la gran parte dei sostenitori del sì ha citato la obbligatoria sospensione di amministratori locali dopo la sola condanna di primo grado, omettendo accuratamente di aggiungere che si abrogava tutta la normativa anche con riferimento a condannati definitivi. Non è mancato però chi, più correttamente, ha motivato il suo sì sottolineando che anche la scelta di candidare o meno condannati per fatti gravi dovrebbe essere rimessa alla responsabilità della politica. Argomento in linea di principio ineccepibile.

Nel 2011 Karl-Theodor zu Guttenberg dopo la notizia del plagio di brani della sua tesi di dottorato si è dimesso da ministro tedesco della difesa e da ogni ruolo di partito. In Austria Sebastian Kurz, nel 2021 si è dimesso dal cancellierato ed ha annunciato il ritiro dalla vita politica a seguito dell’accusa di aver usato fondi pubblici a fini di partito. Da noi le cose vanno diversamente. “Come è possibile che nel 2022, a 30 anni dall’uccisione di Falcone e Borsellino, siamo capaci di accettare che un candidato sindaco a Palermo raccolga voti con l’aiuto esplicito di due persone condannate per reati connessi alla mafia come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro?” (Così Annalisa Cuzzocrea su questo giornale il 13 giugno). È possibile, è avvenuto: in attesa di un mutamento del costume politico meglio mantenere la Severino.

Un elemento di fragilità e, aggiungerei, di distorsione di questi referendum è che, nonostante il sostegno di un partito politico di primo piano come la Lega, è da ritenere che le firme necessarie non siano state raccolte. Infatti non sono state depositate ed il referendum si è tenuto perché richiesto da diverse Regioni, quelle governate da maggioranze di centro destra. È una facoltà prevista dalla Costituzione, ma è difficile sfuggire all’impressione che qui si sia trattato di un soccorso in extremis in pura logica di schieramento politico. Tanto più quando si legge, come ad esempio nel verbale della seduta del 3 agosto 2021 della Regione Piemonte, che la delibera è stata adottata frettolosamente a maggioranza su una relazione di poche righe, senza reale dibattito e addirittura a scrutinio segreto.

I referendum abrogativi per definizione intervengono su leggi, ma a votare sono tutti i cittadini e non solo i giuristi. Questo impone un onere di chiarezza. Vi sono grandi temi che interrogano valori profondi o questioni cruciali nell’organizzazione della società e dell’economia (aborto, divorzio, ma anche scala mobile o nucleare) sui quali può formarsi una opinione diffusa informata, anche a prescindere dai dettagli della normativa regolatrice. Ma vi sono temi sui quali anche i dettagli della normativa regolatrice sono essenziali: così era per i due aspetti della legge Severino e così anche per la custodia cautelare, tanto che su quest’ultimo quesito taluno dei sostenitori è sembrato fare marcia indietro dopo averne colto tutte le ricadute. Così era, e forse ancor più, per i tre quesiti sulla organizzazione della giustizia.

La questione dell’intervento dell’avvocatura sulla valutazione dei magistrati, se si va oltre gli slogan, pone il problema essenziale del “come” ciò deve avvenire in organismi, come i Consigli giudiziari, che, questi sì a differenza del Csm, sono istituzioni ignote al largo pubblico. Si è raggiunto il paradosso di forze politiche che alla Camera hanno votato una disciplina ragionevole e raffinata e poi sostengono un quesito che avrebbe portato ad una soluzione rozza e non priva di inconvenienti. Con il sostegno a questo quesito e a quello sul sistema elettorale del Csm si coglie ancora una volta la distorsione indotta nell’utilizzo del referendum abrogativo, con tutti i limiti di uno strumento che non può trasformarsi in propositivo, da parte di grandi forze politiche rappresentate in Parlamento e addirittura facenti parte della maggioranza di governo. Si è giocato su due tavoli indebolendoli entrambi.