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di Sebastiano Messina

L’Espresso, 12 novembre 2025

Le divergenze di vedute nello stesso campo largo impongono di condurre una campagna mirata. Ci sono una buona e una cattiva notizia, per l’opposizione, nell’ultimo sondaggio Demos-Repubblica sulla riforma della giustizia. La buona notizia è che la maggioranza favorevole alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è risicata: il 51 per cento. Un margine sottile, che lascia aperta la possibilità di una rimonta nei mesi che ci separano dal referendum confermativo previsto per marzo. La cattiva notizia, invece, è che la divisione attraversa lo stesso campo largo. Non pochi tra gli elettori del Pd (il 30 per cento) e persino del Movimento 5 Stelle (il 42 per cento) guardano alla riforma con una certa benevolenza. Dati che dovrebbero far riflettere chi continua a leggere questa battaglia come la solita guerra tra buoni e cattivi, tra giustizialisti e garantisti, come se il tempo non fosse passato e la realtà non fosse cambiata.

Certo, il contesto è chiaro. C’è un governo impegnato in uno scontro frontale con la magistratura, accusata di sabotare l’azione dell’esecutivo ogni volta che può - a partire dai trasferimenti dei migranti in Albania - e c’è una premier che ha fatto della sfida ai “giudici politicizzati” una questione di potere e di identità. Inoltre la riforma costituzionale di cui il presidente del Senato ha annunciato in aula l’approvazione definitiva - con l’esultanza di un ultrà della curva sud - è proprio quella invocata per anni, anzi per decenni, da Bettino Craxi e da Silvio Berlusconi. Ma il paesaggio, oggi, è diverso.

Non ci sono più Berlusconi, i suoi cento avvocati e le sue leggi ad personam. Né, dall’altra parte, ci sono più i magistrati-eroi del 1992, quando Mani Pulite scoperchiò il vaso della corruzione politica, facendo nascere una speranza che poi la politica non ha saputo (o voluto) trasformare in realtà. E mentre molti magistrati continuavano in silenzio la loro meritoria caccia ai corrotti, altri hanno dato vita a inchieste spettacolari che sono clamorosamente finite nel nulla, a volte dopo che un fiume di intercettazioni passate disinvoltamente ai giornali avevano rovinato la vita di persone risultate poi innocenti. Così, col tempo, la fiducia si è incrinata: per il protagonismo di alcuni ambiziosi pm. Per gli errori, per gli eccessi, per il potere che la magistratura ha imparato a esercitare anche su se stessa. Lo scandalo Palamara ha fatto il resto, rivelando un sistema di carriere spartite tra correnti, un’ombra di potere e di appartenenza che ha intaccato il consenso popolare di cui i magistrati godevano trent’anni fa.

In questo scenario non sorprende che tre elettori del Pd su dieci guardino con simpatia alla riforma, o che Antonio Di Pietro - l’uomo-simbolo di Mani Pulite - abbia annunciato il suo voto favorevole. Sia chiaro: l’opposizione ha oggi il compito irrinunciabile di difendere la separazione del potere giudiziario da quello politico che è alla base delle democrazie europee. E i magistrati fanno benissimo a rivendicare un’indipendenza che ritengono minacciata. Ma quella che è appena cominciata è una battaglia che va combattuta con lucidità: sventolare in Parlamento cartelli con la scritta “No ai pieni poteri” può galvanizzare la piazza, ma rischia di trasformarsi in un boomerang. Perché Giorgia Meloni è più furba di Matteo Salvini, e dunque eviterà di trasformare il referendum in una ordalia sul governo. Ma se alla fine dovessero vincere i Sì, c’è il rischio che lei dica che il popolo italiano ha approvato quei “pieni poteri” evocati dai suoi oppositori.