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di Carlo Verdelli

Corriere della Sera, 28 maggio 2026

È fermo in Parlamento il testo bipartisan che vieta fino a 15 anni l’accesso alle piattaforme. Aveva cominciato bene, Giorgia Meloni, con una frase onesta e schietta: “Non siamo attrezzati per affrontare le sfide digitali dei nostri figli”. Verissimo, anche perché noi adulti siamo parte del problema, dipendenti dallo smartphone ma guai a dircelo, sappiamo noi come gestirci. Il problema è che, come gestirsi, certamente non lo sanno i figli, gli studenti, i variamente minorenni. La premier sembrava farsi carico di questa emergenza, perché lo è, una vera e sottovalutata emergenza. Poi questa priorità ha smesso di essere tale: una proposta di legge, nata per tutelare proprio quei figli dalle infinite trappole concentrate nell’arto artificiale quale è diventato ogni cellulare, è arrivata il 13 maggio 2024 sia alla Camera che al Senato, dove però ancora riposa in attesa di un via libera.

La norma in questione è una delle rare bipartisan di questo esecutivo. Prima firma per la Camera, Marianna Madia, allora Pd ora Italia viva; prima firma per il Senato, Lavinia Mennuni, Fratelli d’Italia. Il testo è di 7 pagine. Si racconta di baby influencer di 4 anni, di uno youtuber che a 9 anni ha già incassato 30 milioni di dollari scartando giocattoli, per poi passare a 4 articoli che prevedono un’età minima per accedere ai social (15 anni), l’obbligo delle varie piattaforme di verificare l’età degli utenti, più un numero di emergenza per l’infanzia, il 144, per segnalare casi di pericolo per i minori. Lo scopo è duplice: primo, cominciare a mettere delle regole laddove si è proceduto di slancio come ai tempi della conquista del West, trascurando i danni procurati e massimizzando gli enormi profitti via via realizzati; secondo, non lasciare soli genitori e insegnanti nell’impari battaglia sui limiti da imporre nell’uso del telefonino (si viaggia, specie tra i più giovani, su una media tra le 8 e le 10 ore al giorno). Tempo due mesi dall’arrivo in Parlamento, tra approvazione e dettagli tecnici, saremmo stati i primi almeno nella Ue a cercare di arginare il maremoto digitale (operazione già in corso in Francia, Spagna, Danimarca, Grecia). Ma tra verifiche di compatibilità con quanto stava elaborando l’Europa e una frenata da parte della Presidenza del Consiglio, sono passati due anni, il disagio giovanile è aumentato a dismisura, e noi siamo ancora qui, immobili, distratti da altro.

Misure come queste saranno risolutive? No. Saranno bene accette dalle generazioni che dovranno subirle? No. E da quegli adulti che erano così sollevati di poter piazzare figli e nipoti davanti a uno schermo e buonanotte? No. Ma soprattutto, e questa è la domanda più imbarazzante, regole e divieti incontreranno i favori dei veri padroni del nostro tempo, la nuova Compagnia delle Indie digitali (definizione di Mattarella)? Certamente no, anzi dura opposizione legale e, ovunque serva, discreto lavoro di dissuasione per vie diplomatiche. Ma c’è una variabile che a sorpresa rimette in gioco la questione: Leone XIV.

Disarmiamo l’Intelligenza Artificiale, dice il Papa nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, e opponiamoci all’interesse delle piattaforme quando contrastano con il bene dei minori. Disarmiamo, dunque, anche i telefonini, il terminale a portata di mano dove sperimentiamo l’influenza irresistibile di ogni nuova invenzione del capitalismo digitale, compresa un’applicazione come ChatGpt, dove la prima parola sta per “conversazione” e la seconda per un misterico “Generative Pre-Trained Transformer”. Intelligenza artificiale generativa, in sintesi. Basta scaricarla, anche in versione gratuita, e ti risolve qualsiasi problema, da un riassunto a uso scolastico a un consiglio psicologico, alle istruzioni su come dimagrire o come spogliare per gioco l’immagine di una persona reale (e poi metterla nuda, alla berlina dei social media). Per dare una dimensione del fenomeno, il telefono fisso ha impiegato 75 anni per raggiungere i 100 milioni di utenti nel mondo; l’IPhone, 3 anni; TikTok, 9 mesi; Chat Gpt, 60 giorni.

D’altronde, il mercato è il mondo: 7 miliardi e mezzo di telefonini su 8 miliardi di abitanti. Nessuna altra invenzione è riuscita in così poco tempo, neanche 20 anni, a prendersi l’intero mercato globale, senza distinzione geografica, anagrafica e neppure di reddito. Lo smartphone è il totem di questa epoca, ha cambiato il nostro modo di impiegare il tempo, ha avviato una mutazione del genere umano drastica e irreversibile. E tutto questo senza limiti, anche nei guadagni di chi gestisce l’oggetto indispensabile del desiderio. Oggetto che fa cose bellissime e utilissime, ma che nasconde anche insidie pericolose e colpevolmente sottovalutate, specie per i più indifesi: adolescenti e bambini. Non che manchino gli allarmi sui rischi enormi che corrono proprio loro, i più piccoli, specie i tanti che già tra i 6 e i 10 anni sono lasciati liberi di perdersi quotidianamente tra le mille tentazioni offerte da quello schermo luminoso. Una dipendenza che crescendo si rafforza, non dissimile da quella per droga o alcol, entrambi fenomeni in aumento, e che produce ansia, depressione, disturbi alimentari e del sonno, peggioramento del rendimento scolastico, la perdita del gusto della vita, oltretutto in una fase in cui si dovrebbe avere voglia di morderla.

Rimettere il genio nella lampada magica tecnologica, cioè gestire il cellulare invece di esserne gestiti, è un affare molto complicato, ma qualcosa, visto i numeri crescenti del disagio e l’ammonimento profetico del Papa, si dovrebbe cominciare a farla. Non si tratta di vietare gli smartphone perché nuocciono, ma di vietare agli smartphone di nuocere.

C’è una proposta di legge che aspetta la premier Meloni. Un primo passo, niente di più, ma forse adesso è proprio il caso. Basti pensare alla legge Sirchia sul fumo, varata nel 2005 proprio durante il secondo Berlusconi, cioè l’esecutivo a cui questo governo punta a togliere il primato di durata. L’allora ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, medico di professione, vietò agli italiani la possibilità di fumare in tutti i luoghi chiusi, guadagnandosi il dispetto di un numero elevato di potenziali elettori e il disprezzo imperituro delle aziende del tabacco. Questi rischi erano noti, ma quel governo decise di correrli, con un’influenza benefica che si è amplificata nel tempo. Chi fuma avvelena anche te, digli di smettere. Chi abusa dello smartphone, specie se è piccolo, si avvelena la testa, l’umore e il futuro. Aiutalo prima che sia tardi.