di Nadia Terranova*
La Stampa, 14 febbraio 2026
Per alcuni anni della mia vita, ho tenuto delle pagine a mio nome su dei social network. Non davo troppa importanza alla cosa, mi ero iscritta per curiosità, ero rimasta per abitudine, per un certo periodo mi è sembrato normale aggiornare quelle comunità comunicando gli appuntamenti pubblici che riguardavano il mio lavoro, le copertine dei miei libri, commentare episodi di cronaca - quest’ultima cosa la facevo poco, il sistema editoriale malandato e a tratti patologicamente malato in cui viviamo mi sembrava, sotto sotto, comunque dotato di anticorpi più robusti dell’autopubblicazione selvaggia invasa da incontrollati sproloqui e monologhi autocelebrativi.
Così, nell’epoca dell’uno vale uno e del diritto di chiunque a esprimere qualsiasi opinione su qualsiasi argomento a qualsiasi ora, con cautela usavo i social network - non per produrre articoli o racconti letterari (se la libertà della disintermediazione è scrivere gratis per accrescere il capitale di miliardari americani: no, grazie, meglio il sistema malandato), ma per rilanciare, così pensavo, ciò che scrivevo altrove, sui giornali, nei miei libri. In quegli anni, dei social network mi piacevano (e se ci penso continuerebbero a piacermi) il rapporto diretto con i lettori (alcuni davvero splendidi), l’immediatezza del riscontro della scrittura, un po’ da vecchio feuilleton, ma soprattutto la sensazione di veicolare via social un sostegno alla cara vecchia carta stampata: condividevo i titoli dei miei articoli e certi lettori commentavano postando la foto del giornale appena comprato perché avevo suscitato voglia di leggere tutto il pezzo. Anche oggi ho salvato un’edicola, mi dicevo; chissà, invece magari loro fotografavano il giornale trovato sul tavolo del bar. Tutto, da quelle parti, può rivelarsi un’illusione. Io però ero felice non per il giornale in sé, ma per il regalo che quel lettore faceva a sé stesso, alla sua concentrazione: un pezzo di carta - o di schermo - definito, dove la lettura ha un inizio e una fine, dall’abbrivio alla conseguenza, e poi basta, stop. (L’illusione di leggere all’infinito creata dallo scrolling è la morte della lettura: se c’è una cosa che i social network ci hanno dimostrato plasticamente è che da quando possiamo leggere senza limite non leggiamo più nulla.) Insomma, dei social mi piaceva soprattutto quello che social non era, così un giorno in un solo istante, ho cancellato, per sempre e senza rimpianti, le mie pagine. E, a riprova della loro natura effimera, dal giorno dopo è stato come non averle mai avute.
Nel tempo che ho passato sui social non mi ero mai posta il problema del consenso, da nativa analogica non ho mai pensato di “essere” qualcuno o qualcosa on line, non ho mai dato a quelle pagine l’importanza forse anche eccessivamente nobile che do a un libro o a un articolo. E se non sono - perché fra gogne, polarizzazioni e autocensure dichiarate, è evidente che non lo siano - il luogo dove esprimere un’opinione e discuterla e difenderla, non ho più trovato una risposta alla domanda: a cosa mi servono, se poi quello che devo dire lo dico altrove? In questo specifico senso ho avvertito dentro di me la censura: non censura per paura di una gogna, o di non avere abbastanza like - chisseneimporta - ma la piccola inevitabile mutilazione di sé in un’unica versione. Per forza, anche con le migliori intenzioni, i social fanno il contrario di quello che fa la letteratura, che rende complesso ciò che sembra piatto, sfumato ciò che sembra monolitico, sorprendente ciò che sembra noioso. Io, quando scrivo un romanzo o un articolo, sono coraggiosissima, in un modo che nemmeno lontanamente potrei associare alla vita quotidiana. Non ho paura di nulla, sono felice nella follia spavalda delle parole. In letteratura le giornate più monolitiche dell’io più insignificante possono assumere una dimensione epica, mentre sui social anche la dimensione più epica si è già persa tra un broncio, un tramonto e una locandina. Esistono, certo, pagine interessanti con scroll infinito, ma le vite, finitissime, dal colophon all’indice, degli Stoner e delle portinaie dell’Eleganza del riccio saranno per me sempre più vive e ricche di tutti gli account del mondo. A partire dai miei. E siccome la vita somiglia più a una cosa con inizio e fine che a un infinito scrollare, a un certo punto ho deciso cosa fare di quel che resta della mia: e mi sono definitivamente autocensurata, non sui social bensì dai social, da quel poco, ma comunque troppo, tempo che mi prendevano. Senza perdere nessuna libertà, anzi: acquisendone ancora.
*Scrittrice











