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di Guido Rampoldi

Il Domani, 6 settembre 2026

Vogliono costruirsi un’esistenza dignitosa e libera, indipendente da costrizioni. Sappiamo nulla dei giovani migranti che si affollano ai nostri confini e nulla vogliamo sapere, altrimenti non riusciremmo a considerarli estranei ai “nostri valori”. Raccontiamo i migranti che rischiano la vita in mare per raggiungere l’Europa come “disperati” ritenendo che solo la disperazione possa spingerli a quell’azzardo. E se si tratta di donne, immaginiamo le “disperate” predisposte dalla propria cultura ad accettare prepotenze maschili, ferocie patriarcali, lavori che le italiane evitano - mute, rassegnate all’inevitabile.

Poi accade che il Guardian metta insieme i racconti resi a vari giornali da 29 ragazzine arrivate a nuoto nel territorio spagnolo di Ceuta e lì trattenute perché Madrid non sa cosa fare e i Piantedosi d’Europa danno di matto se è in questione l’ingresso nella Ue di migranti. E allora scopri che quelle 29 minorenni, molte delle quali scappate di casa, hanno rischiato d’affogare per inseguire progetti simili a quelli coltivati da tante adolescenti italiane: una vuole fare la calciatrice, un’altra la chef, una terza l’infermiera, una quarta avere un qualche ruolo in questo o quello sport, una quinta continuare a studiare con successo.

Le più aspirano a sottrarsi ad una povertà che le condanna a dipendere dalla famiglia, dal futuro marito, da un matrimonio combinato. E tutte vogliono costruirsi un’esistenza dignitosa e libera, indipendente da costrizioni. Ciò che le rende radicalmente diverse dalle ragazzine italiane non è quello che sono ma quel che non hanno: un passaporto europeo, qualche soldino in tasca, magari un Erasmus. Piantedosi dà i numeri su Schengen e migranti ma dimentica i morti Detto altrimenti: sappiamo nulla dei giovani migranti che si affollano ai nostri confini e nulla vogliamo sapere, altrimenti non riusciremmo a considerarli estranei ai “nostri valori”.

E certo per secoli, e probabilmente ancora trent’anni fa, la separatezza in cui vivevano le popolazioni di quello che un tempo chiamavamo il “Terzo mondo” escludeva contaminazioni e convergenze su valori universali. Ma in tempi recenti perfino le società sunnite più conservatrici sono cambiate, nel Golfo si avvertono i prodromi di un nuovo “umanesimo islamico” antitetico al salafismo, altrove cominciano ad ammorbidirsi i codici in materia sessuale, ondate di disprezzo si riversano sui mullah più retrivi. La globalizzazione e internet hanno fatto il resto.

E bene o male lo sport ha diffuso l’idea, sia pure non rispondente alla realtà, di un mondo sanamente mescolato, in cui gli esclusi di ieri possono diventare gli eroi di nazioni fino a ieri “bianche”: basti pensare a quel che sarebbero senza i “neri” la nazionale francese di calcio o i settori italiani di punta come il nuoto, l’atletica, la pallavolo.

Dunque è inevitabile che ragazzine e ragazzini nati lontano dall’Europa idealizzino la realtà del nostro continente e tentino di raggiungerlo. Ovviamente la frase “non possiamo accoglierli tutti” malgrado il suo greve paternalismo contiene una verità incontestabile. Ma dovrebbe essere ormai evidente che le soluzioni a brutalità crescente praticate dagli europei non sono risolutive. Né funziona l’ipocrita “aiutiamoli a casa loro” col quale finanziamo regimi autoritari purché blocchino con qualsiasi mezzo le migrazioni.

Paradossalmente proprio il carattere tirannico dei governi che di fatto sosteniamo incentiva la gioventù ad emigrare, non fosse altro perché in Europa la brutalità delle polizie e l’ottusità delle burocrazie non sono paragonabile alla ferocia di regimi rapaci e inetti. Ma per capirlo dovremmo riconoscere come “normale” l’aspirazione di tanti migranti alla libertà, all’indipendenza, ad una vita dignitosa. Se gli europei ne fossero consapevoli presterebbero ascolto non agli Stati di polizia ma alle richieste delle opposizioni non violente.

Insomma occorrerebbe ripensare completamente le politiche europee sull’emigrazione, e nell’occasione magari diventare consapevoli di quanto sia fragile la condizione femminile, soprattutto in Africa. Durante le prossime ferie natalizie nelle zone rurali di paesi come il Kenya o la Tanzania migliaia di adolescenti poco più che bambine col viso pittato di bianco verranno condotte in massa al centro del villaggio e lì sottoposte a mutilazioni genitali in cerimonie dette “della Purezza”. Per effetto di questi grossolani interventi, il più radicale dei quali è l’infibulazione, riporteranno danni permanenti.

Per debellare questa pratica, tollerata anche quando illegale, alcune ong afro-occidentali in maggioranza composte da donne diffondono messaggi in radio e nei social, incentivano le polizie a intervenire e offrono rifugi alle adolescenti. Ma per varie cause quest’anno le ong, a cominciare dalla capostipite globalmediacampaign.org, faticano a raccogliere fondi. Non sarebbe il caso che almeno il femminismo, anche italiano, ne discuta?