di Diana Ligorio
Il Domani, 26 agosto 2025
Casal del Marmo è il penitenziario minorile romano. Molti sono migranti arrivati da soli nel nostro Paese. L’operatrice: “Non hanno un progetto migratorio chiaro”. La differenza tra sezioni maschile e femminile. Bisogna superare il quartiere del tribunale penale e salire lungo le pendici del Monte Mario per sbucare in un territorio asettico, livellato da un cielo basso e nascosto allo sguardo della città: il carcere minorile di Roma.
“Alt farsi riconoscere” è la prima scritta che si incontra, fatta a mano con un pennarello, come per gioco, sul vetro di un vecchio gabbiotto dismesso. L’entrata è in un edificio di mattoncini rossi che sembra immune al passare del tempo. Nella sala d’attesa, sedie di plastica e armadietti con le bocche spalancate. Qui in altri orari e altri giorni attendono il loro turno i parenti in visita. Gli avvisi sulla bacheca raccontano una storia di nutrimenti che passa dalle mani della famiglia a quelle del controllo.
“Si ribadisce che è possibile portare ai congiunti ristretti pacchi con generi alimentari e/o di vestiario consentiti per un tot di kg 20 al mese divisibili in n.4 pacchi totali”. E ancora: “Si avvisano i familiari dei minori ristretti che i generi alimentari verranno aperti a campione per controlli più approfonditi e inoltre non saranno più consentiti generi non ispezionabili (biscotti tipo gocciole, galletti, pan di stelle, ecc.)”.
L’aggettivo “ristretto” passa dallo spazio al corpo del minore che lo restringe, lo fa piccolo, adattandolo alle pareti di un luogo dove le stelle non possono entrare. Nemmeno di zucchero. Il giorno precedente al mio primo ingresso nel carcere minorile, mi rompo un piede. La frattura, penso subito, mi richiede di entrare in questo posto con un altro passo. Asimmetrico, trascinato, incerto. Il giorno della visita chiamo un taxi. Arriva Christian, che diventerà il mio Caronte in questo viaggio dal mondo fuori al mondo dentro. Christian è separato, ma lui e la moglie sono uniti per curare la serenità dei figli. Con i ragazzi è un attimo, dice, e le loro strade possono svicolare: “Non esistono le buone famiglie, dentro al minorile ci possono finire anche i figli nostri”.
Pago, prendo un bigliettino dal cruscotto e prima di lasciare la mia borsa nell’armadietto, salvo il numero di Christian. La sua immagine su WhatsApp è una foto di Dostoevskij. Quando incontrai nei suoi uffici Antonio Sangermano, capo del dipartimento per la giustizia minorile, per richiedere l’autorizzazione al mio ingresso in carcere, gli comunicai il mio interesse nel fare un’indagine sulla condizione umana dei minori detenuti, una prospettiva attraverso cui esplorare la libertà individuale, i dilemmi esistenziali, i contesti familiari e sociali di provenienza. La mia intenzione era guidata dal pensiero di Dostoevskij. Dall’altra parte del tavolo avevo di fronte un profondo conoscitore dello scrittore russo. C’è una frase, in Delitto e castigo, che mi ha accompagnata durante il primo tragitto in taxi verso il carcere: “Tutto dipende dalle circostanze e dall’ambiente in cui si trova l’uomo. Tutto è determinato dall’ambiente, l’uomo per se stesso non è nulla”.
La sezione degli uffici nel minorile è un corridoietto con porte sempre aperte. Un via vai di persone, che si scambiano fogli, si toccano, si parlano. Un odore di caffè arriva da un baretto modesto anni Ottanta con sedute in vimini dove il cappuccino costa 90 centesimi e il gestore sta attento che i poliziotti della penitenziaria varino la loro alimentazione: “Non potete mangiare ogni giorno panino col prosciutto”. La stanza di Elisabetta Ferrari, coordinatrice degli educatori, è un caos, non solo di persone che le chiedono cose, ma anche di libri, vocabolari, tabelle con nomi, attività e mollette che sorreggono il tutto e alle pareti mandala stampati su fogli di carta sottile. Tutto trova posto, ma è in continuo movimento. La sensazione è di una precarietà che mette in discussione gli spazi e chi li abita e che è sempre in trasformazione. Ma non per l’arredo su cui il tempo sembra essersi fermato.
Nell’Istituto penale minorile Casal del Marmo ci sono 48 maschi e 6 femmine, divisi in tre plessi. Hanno dai 15 ai 23 anni. Nel maschile la pena in media è di un anno, un anno e mezzo. Nel femminile invece i reati sono più lunghi. Un folto gruppo del maschile è formato dai minori stranieri non accompagnati. “Se il minorile di Milano è caratterizzato dalle seconde generazioni di immigrati e quello di Napoli dalla criminalità organizzata”, dice Giuseppe Chiodo, direttore dell’IPM, “Casal del Marmo è una sorta di laboratorio per l’accoglienza e la gestione dei minori stranieri non accompagnati a cui sono imputati reati”.
Anche il carcere minorile di Torino, trovandosi sulla linea di Ventimiglia, ha una tradizione in questo senso, ma con un’organizzazione più stabile nell’accoglienza. Roma invece è approdo di chi dalla Sicilia cerca di raggiungere il Nord. “Dal punto di vista umano l’IPM di Roma è un’altra cosa”, dice Ferrari.
“Ha un’accoglienza più fluida che parla di un fenomeno del tutto e nulla. Siamo in presenza di un gruppo che non ha un’identità. È qualcosa che si muove e noi ci muoviamo insieme a loro. Non hanno un progetto migratorio chiaro, stanno sperimentando un sogno e in alcuni casi sulla loro strada incontrano il reato. Questi ragazzi hanno la forma dell’acqua”.
Nella sezione femminile il quadro cambia radicalmente. Un ragazzo che sta dentro per rapina ne ha commesse almeno tre prima del reato per cui è stato condannato. La ragazza che sta dentro invece ha commesso solo quel crimine. Nel femminile ci sono reati molto gravi come omicidi o reati contro il patrimonio. “La maggior parte di queste ragazze proviene da storie di disagio familiare e personale, acuito dall’essere adolescenti”, dice Chiodo. “Hanno alle spalle famiglie disfunzionali e disgregate. Manca un genitore o ci sono rapporti familiari conflittuali”. “Il reato come espressione del loro star male diventa una forma comunicativa”, secondo Ferrari.
Diverso è invece, a seconda della pena, il senso che i ragazzi danno al tempo da scontare in carcere: “Chi ha pene lunghe sogna il fuori: ha la prospettiva di costruire una vita partendo dall’esperienza dentro. Ad esempio, studiando”. L’educatrice riporta la sua esperienza di molti anni a contatto quotidiano con i minori: “In questi casi il fuori viene visto in positivo. Chi invece ha una pena breve, vive male sia il fuori sia il dentro. Il fuori è una realtà identica a quella che ha lasciato. Il dentro è un parcheggio. Non si costruisce niente”. Il carcere è per loro come una bolla. “Chi ha pene brevi alla domanda: qual è il tuo desiderio? La risposta è: non ce l’ho”.
Propongo al direttore e all’educatrice di incontrare i ragazzi e le ragazze per raccontare i miei romanzi che hanno al centro il tema del sentirsi invisibili. Partirei dalla mia esperienza per provare poi a intercettare la loro: si sono mai sentiti non visti durante la loro infanzia e adolescenza? E adesso che sono in carcere? Ferrari e Chiodo si scambiano un’occhiata.
“Chi sta qui dentro ha spesso molta difficoltà di introspezione”, sorride l’educatrice. “Se chiedi a uno di loro come sta, ti risponde: normale. E in quel normale c’è chissà quale tumulto. Un ragazzo, a cui ho chiesto come stesse tutte le volte che l’ho incontrato, solo dopo sei mesi è riuscito a dirmi: oggi sono arrabbiato!”. La sera scrivo un messaggio a Elisabetta. Mentre digito “questa ricerca dentro l’IPM”, il telefono corregge in automatico IPM con uomo. Il messaggio diventa: “Ti ringrazio per la tua disponibilità nell’accompagnarmi in questa ricerca dentro l’uomo”. Dentro l’uomo è diventata poi, in effetti, la mia indagine nel carcere minorile di Casal del Marmo.











