di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 20 maggio 2022
L’autista e i poliziotti scampati al tritolo di Capaci e via d’amelio: “Spesso trattati come vittime di serie B. Ma non smettiamo di raccontare ai giovani gli anni bui”.
Giuseppe Costanza, l’autista di Giovanni Falcone, ripensa spesso alle ultime parole del giudice: “La settimana prima dell’attentato, mentre eravamo in macchina, mi disse: “È fatta, sarò il nuovo procuratore nazionale antimafia”. Ma non gli hanno dato il tempo”. Angelo Corbo, uno dei poliziotti di scorta, ha impresso nella mente lo sguardo di Giovanni Falcone intrappolato nell’auto appena saltata in aria fra un cumulo di macerie: “Era ancora vivo”, sussurra. Antonio Vullo continua ad avere gli incubi la notte: rivede i suoi compagni che accompagnano Paolo Borsellino, e all’improvviso si scatena l’inferno di fumo e fiamme in via D’Amelio.
Sono i sopravvissuti delle stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992. “Anche noi vittime di quella violenza mafiosa - dice Giuseppe Costanza - ma troppo spesso siamo stati dimenticati dalle istituzioni. Per vent’anni, alle commemorazioni, neanche mi invitavano, attorno a me c’era solo un silenzio tombale”. Stessa sensazione che ha provato Corbo, il pomeriggio della strage di Capaci era nella blindata che seguiva quella di Falcone, con i colleghi Gaspare Cervello e Paolo Capuzza: “Siamo stati trattati a lungo da vittime di serie B, anzi di serie promozione - dice - ma a me non importa ricevere inviti ufficiali, preferisco andare nelle scuole a parlare con i ragazzi. Loro mi danno il riconoscimento più grande”.
Ai ragazzi è dedicata la nuova fondazione che Costanza presenterà il 23 maggio: “Proprio per sostenere progetti di legalità con i più giovani - spiega - gli studenti, ma anche gli insegnanti e le associazioni non li hanno mai trascurati un giorno i sopravvissuti delle stragi”. Dice Vullo: “Quando vado in via D’Amelio per raccontare ai giovani cosa ho vissuto trovo sempre grande affetto”.
Ecco, la nuova vita dei sopravvissuti del 1992. Non smettono di raccontare. Proprio come fa un altro grande collaboratore di Falcone e Borsellino, Giovanni Paparcuri, scampato all’attentato che il 29 luglio 1983 travolse il giudice istruttore Rocco Chinnici, i carabinieri della scorta e il portiere dello stabile: oggi è l’animatore del museo della Memoria che sorge nell’ufficio bunker dei magistrati assassinati.
Dietro ai racconti di ogni giorno dei sopravvissuti, c’è soprattutto un dolore mai sopito. Angelo Corbo non usa mezzi termini: “Il giorno in cui è esplosa la bomba, siamo morti pure noi. E quelle persone che c’erano prima non ci sono più. Siamo rinati in modo diverso, più complicato”. Ma, nonostante le difficoltà, non hanno mai smesso di testimoniare il loro impegno in questi trent’anni. “Anche quando certe persone hanno strumentalizzato l’antimafia”, dice Vullo. È arrivato persino un pentito che ha sostenuto di avere rivelazioni eclatanti sulla strage Borsellino, Maurizio Avola. Le parole di Vullo, raccolte dai magistrati di Caltanissetta, sono state determinanti per smentire l’ennesimo impostore che sosteneva di essere stato in via D’Amelio vestito da poliziotto: “Quel giorno non ho visto nessuno in strada. Meno che mai un poliziotto”, ha messo a verbale.
I superstiti non hanno mai smesso di difendere i loro giudici e la verità che ancora manca. Giuseppe Costanza continua a ripetere nelle scuole che un attentato come quello di Capaci “non poteva essere realizzato da una banda di allevatori, ma ci volevano dei professionisti”. E poi torna a ripercorrere la sua vita dopo Capaci: “Al risveglio, pensavo di aver vissuto il giorno più brutto della mia vita. Invece, restare in vita è stato peggio. Dopo un anno di visite, al lavoro non sapevano cosa farsene di me”. Lo misero a fare fotocopie. “Una condizione mortificante, dopo otto anni passati in prima linea accanto al giudice Falcone”. Avrebbe voluto coordinare il parco auto del tribunale, ma gli dissero che era necessaria una qualifica più alta per quel lavoro. E gli spiegarono che la promozione per meriti di servizio è prevista solo per il personale militare. “Così lo Stato mi ha umiliato - dice Costanza - nel 2004 mi hanno dispensato dal servizio, mi hanno rottamato. È il destino di noi sopravvissuti”.











