di Massimo Franco
Corriere della Sera, 21 luglio 2025
L’intervento del cardinale Pietro Parolin è arrivato dopo la telefonata del premier Benjamin Netanyahu a Leone XIV. E chiaramente è stata concordata parola per parola con il Pontefice. Certifica non solo che quella chiamata non basta a cancellare quanto è avvenuto negli ultimi giorni e mesi. Segna anche il recupero della Segreteria di Stato vaticana come cuore del governo della Santa Sede dopo gli anni convulsi di Francesco. E conferma una lettura condivisa e coordinata della strategia mediorientale. Negli ultimi giorni ha prevalso la convinzione che la Roma papale dovesse pronunciare un giudizio netto e duro dopo il bombardamento israeliano della chiesa cristiana della Sacra Famiglia a Gaza.
I timori - Al fondo si indovina il timore non solo che nel governo di Gerusalemme aumenti la tentazione dei settori più oltranzisti di colpire i cristiani come elemento di moderazione. L’incubo inconfessabile è che i massacri e le ritorsioni rendano il Medio Oriente il potenziale epicentro di una Terza guerra mondiale: una guerra che oltre a uccidere migliaia di civili innocenti sarebbe destinata anche a lacerare il dialogo religioso. L’elezione di un Papa statunitense, in Israele ha portato alla convinzione che la sua storia possa essere un elemento in grado di cambiare sensibilmente l’atteggiamento della Santa Sede. Ma la presa di posizione di Parolin fa capire che questo può avvenire solo se cambia anche l’approccio di Netanyahu.
La diplomazia vaticana - È come se la diplomazia vaticana uscisse da un lungo periodo di afasia, spinta da un Papa deciso a condividere e promuovere un’azione e una presenza più incisive. Senza silenzi. Senza iniziative estemporanee. E senza quell’”ambiguità linguistica” che fece infuriare il governo di Israele dopo la strage compiuta da Hamas il 7 ottobre del 2023, assassinando oltre 1.200 civili e prendendo duecentocinquanta ostaggi. Fu uno dei momenti più critici nelle relazioni tra Gerusalemme e Roma. Ma stavolta sembrano esserlo a parti invertite. L’irritazione è quella del Vaticano, che da un anno e mezzo tra l’altro ricorda di aspettare i risultati di un’inchiesta su due cristiane uccise da un cecchino proprio nella parrocchia di Gaza. E adesso registra il bombardamento di quella chiesa con altre vittime.
Fino a quell’attacco, i malumori rimanevano sotterranei; sepolti sotto il timore di rinfocolare le tensioni e acuire i contrasti. Ma se il pontificato di Robert Prevost è diverso da quello di Jorge Mario Bergoglio, questo non impedirà alla Santa Sede di esprimere un giudizio chiaro sui massacri compiuti dall’esercito israeliano. Per il Vaticano era impossibile non compiere questo passo. Si trattava di evitare che in ampi settori del mondo cattolico, già preda della propaganda “pacifista” filorussa sull’Ucraina, la prudenza della Santa Sede su Gaza fosse percepita come reticenza. Ma l’altra questione, delicatissima, è di evitare che l’ostilità diffusa nei confronti di Netanyahu alimenti un sentimento non solo antiisraeliano ma antisemita in quello stesso mondo cattolico.
Rapporti difficili - In quella terra i rapporti tra Israele e i leader di altre religioni sono sempre stati difficili, perché la popolazione cristiana è in gran parte araba e palestinese. Ma negli ultimi mesi la situazione è apparsa insostenibile perfino a un cardinale incline al dialogo come il patriarca latino di Gerusalemme, Gianbattista Pizzaballa, in missione a Gaza dopo l’attacco alla chiesa di padre Gabriel Romanelli, pure ferito. L’altolà vaticano arriva su questo sfondo nel quale la spirale del conflitto sembra sempre meno governabile. E nella stessa società israeliana la volontà di sradicare Hamas e l’esasperazione sugli ultimi ostaggi in mano ai terroristi di Gaza divide sostenitori e avversari del governo.
Dialogo inquinato - La presa di posizione di Parolin cerca di spezzare questa spirale. Punta a interrompere un dialogo inquinato. E mira a indurre il governo di Gerusalemme a capire che, se perfino il Vaticano è costretto a alzare la voce, non esistono più alibi per eludere l’esigenza e l’urgenza di una tregua. Il fatto che il premier israeliano abbia voluto parlare col Papa al telefono e lo abbia invitato a visitare il suo Paese è considerato un fatto positivo. È il riconoscimento del peso non solo morale ma politico del capo del cattolicesimo. Ma il Vaticano adesso chiede un passo ulteriore, più concreto, in direzione della pace: come se le parole di rassicurazione non bastassero più, contraddette da troppi episodi che vanno in senso opposto. E chissà, forse nella Roma papale sanno che questa ricerca tormentata, sanguinosa di una tregua va molto oltre il rapporto tra Vaticano e Israele. E incrocia le preoccupazioni crescenti degli Stati uniti, non solo dell’Europa.











