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di Salvatore Saggiomo*

artestv.it, 11 febbraio 2026

Otto mesi per ottenere una risposta formale dal Ministero della Giustizia e quando finalmente il ministro Carlo Nordio replica all’interrogazione depositata a giugno dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti il risultato è un documento fitto di numeri, circolari, richiami normativi e spiegazioni procedurali che però lascia scoperto proprio il punto politicamente più sensibile: quanti sono gli sfollamenti disposti dai singoli provveditorati regionali e come sono distribuiti nei diversi distretti penitenziari italiani.

L’interrogazione di Giachetti era chiara, puntuale, costruita anche con il contributo di Rita Bernardini dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, e partiva da un dato di realtà che nessuno può più ignorare, il sovraffollamento strutturale delle carceri italiane, con una media nazionale che supera il 134 per cento e istituti che viaggiano ben oltre quella soglia, trasformando ogni trasferimento in una misura tampone che spesso sposta il problema senza risolverlo.

Giachetti chiedeva numeri precisi, dettagliati per ciascuno degli undici provveditorati regionali, per capire quanti detenuti vengano spostati all’interno dei distretti, per quali ragioni, con quali effetti concreti sulla loro vita detentiva e sui loro diritti.

La risposta ministeriale, invece, dedica un’ampia premessa a ricordare che i trasferimenti non sono meri atti amministrativi ma incidono su aspetti delicati della vita dei detenuti e sulle attività trattamentali, cita l’articolo 83 del DPR 230/2000, richiama circolari del 2014 e del 2022, sottolinea il termine di sessanta giorni per riscontrare le istanze e la possibilità di reclamo, ribadisce il principio di territorialità e descrive minuziosamente ciò che l’istituto di partenza dovrebbe fare prima del trasferimento, dalla perquisizione alla visita medica, dalla consegna degli effetti personali alla trasmissione del peculio e della cartella clinica.

Tutto corretto sul piano formale, ma non era questo il cuore della domanda parlamentare. Quando si passa ai dati, emergono cifre relative ai trasferimenti disposti centralmente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: nel 2024 sessantasei provvedimenti deflattivi per 1.244 detenuti, nel 2025 fino al 25 novembre quarantaquattro provvedimenti per 872 detenuti, poi 608 trasferimenti per motivi familiari nel 2024 e 444 nel 2025, 483 per ordine e sicurezza nel 2024 e 599 nel 2025, 49 per motivi di salute nel 2024 e 50 nel 2025, numeri ancora più rilevanti per il circuito di alta sicurezza AS3 con 21 sfollamenti nel 2024 per 310 detenuti e 24 nel 2025 per 500 detenuti, oltre a 618 trasferimenti per esigenze di sicurezza nel 2024 e 1.512 nel 2025.

Una mole di cifre che però riguarda esclusivamente i trasferimenti extra distretto, gli unici di competenza del Dipartimento centrale, come lo stesso Ministero precisa nero su bianco, ricordando che quelli distrettuali sono di competenza dei provveditorati regionali. Ed è qui che si apre il vuoto. Perché proprio su quei trasferimenti interni ai distretti, potenzialmente numerosissimi e spesso legati a emergenze strutturali come incendi o crolli, la risposta si limita a poche righe generiche: dai prospetti trasmessi dai provveditorati si ricaverebbe, “in estrema sintesi”, che il maggior numero di trasferimenti è adottato per motivi di ordine e sicurezza, familiari e deflattivi.

Nessun numero, nessuna ripartizione per singolo provveditorato, nessuna indicazione quantitativa che consenta al Parlamento e all’opinione pubblica di comprendere la reale dimensione del fenomeno. Eppure gli esempi concreti non mancano, basti pensare ai detenuti spostati da San Vittore a Opera dopo l’incendio che ha reso inagibile una sezione del carcere milanese o a quelli trasferiti da Regina Coeli a Rebibbia dopo il crollo della seconda rotonda, operazioni che hanno coinvolto decine se non centinaia di persone, con effetti immediati sui percorsi trattamentali, sulle relazioni familiari, sull’accesso al lavoro interno e persino sulla continuità delle cure sanitarie.

L’interrogazione di Giachetti elencava otto problemi concreti legati agli sfollamenti: il rischio di finire in istituti ancora più sovraffollati, l’allontanamento dalla famiglia in potenziale contrasto con l’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario, la perdita di parte del bagaglio e del peculio, la necessità di ripresentare istanze per telefonate e colloqui, il ritorno in fondo alle graduatorie per il lavoro, l’azzeramento del percorso trattamentale, la mancata trasmissione tempestiva della cartella clinica, l’assenza di consegna del regolamento d’istituto. Otto criticità che richiedevano una fotografia completa del fenomeno per valutare eventuali interventi correttivi. Invece, dopo otto mesi di attesa, il Parlamento riceve una risposta che copre solo metà del campo, fornendo dati centrali ma lasciando nell’ombra quelli regionali, come se fossero irrilevanti o come se non fosse necessario aggregarli e renderli pubblici.

Il risultato è un quadro parziale che non consente di misurare l’impatto reale degli sfollamenti disposti a livello locale, proprio quelli che nella prassi quotidiana possono incidere di più sulla vita dei detenuti e sulla gestione degli istituti. Resta così un buco nero statistico che pesa politicamente, perché senza numeri dettagliati per ciascun provveditorato diventa impossibile capire se esistano differenze significative tra territori, se alcuni distretti ricorrano più frequentemente agli sfollamenti, se le misure deflattive siano distribuite in modo equilibrato o se, al contrario, si stia semplicemente spostando il sovraffollamento da un carcere all’altro. Otto mesi per una risposta articolata ma incompleta, che ribadisce principi e procedure ma non scioglie il nodo della trasparenza sui trasferimenti regionali, lasciando aperta una domanda fondamentale: quanti detenuti vengono realmente sradicati ogni anno all’interno dei distretti penitenziari italiani e con quali conseguenze concrete sulle loro vite e sui loro diritti.

*Garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta