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di Antonella Barina


Venerdì di Repubblica, 30 ottobre 2020

 

Se il virus è devastante ovunque, in carcere lo è all'ennesima potenza", spiega Ornella Favero, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, rete di associazioni che si occupa di tutto ciò che riguarda il mondo delle pene giudiziarie.

"Durante il lockdown sono stati aboliti i colloqui con i familiari e l'ingresso dei volontari, che sono circa diecimila e garantiscono ai detenuti il grosso del sostegno e delle attività rieducative, oltre che un ponte con il mondo esterno. Sembrava si fosse persa l'idea che in galera ci sono degli esseri umani. E infatti i detenuti erano furenti, incattiviti".

Di più: neanche durante l'estate la situazione è tornata alla normalità. I colloqui sono ripresi solo in parte, con orari ridotti e restrizioni: barriera di plexiglass, divieto d'abbracciare (anche i bambini), niente cibi portati da casa. Tanto che molti preferiscono rinunciare alle visite in favore di videochiamate, introdotte di corsa dopo le esplosioni di rabbia dello scorso marzo, benché implichino colloqui super controllati. E anche il ritorno o meno dei volontari è avvenuto a discrezione dei direttori, con attività comunque ridotte dall'obbligo di distanziamento (anche se poi celle e sezioni sono affollate e non tutti gli agenti indossano la mascherina).

"Temo che la rimonta del Covid-19 porti a ulteriori serrate. Perché più facili da gestire e perché il carcere chiuso ha parecchi estimatori", conclude Favero.

"Senza pensare quanto preziosi siano i volontari per i processi di crescita, i familiari per l'equilibrio emotivo, l'uso delle tecnologie per avviare nuove attività da remoto".

Come scrive Giuliano, detenuto da dieci anni: "Pochi capiscono che la proibizione di tutto ci fa diventare bestie anaffettive, che rientreranno nella società con un bagaglio di rabbia accumulato negli anni".