di Mitja Gialuz
Il Domani, 31 luglio 2026
Le tecnologie Ai possono certamente rendere più efficaci la prevenzione e la repressione dei reati. Ma, senza limiti rigorosi, rischiano di trasformare lo spazio pubblico in un luogo di sorveglianza permanente. Nel silenzio dell’estate, con gli italiani al mare, le commissioni Giustizia e Affari costituzionali di Camera e Senato sono chiamate a esprimersi sullo schema di decreto legislativo che adegua l’ordinamento italiano al Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Il provvedimento stabilisce entro quali limiti la polizia potrà utilizzare il riconoscimento facciale per identificare e localizzare una persona in tempo reale o ricostruirne gli spostamenti: una questione cruciale per la qualità della nostra democrazia. Queste tecnologie possono certamente rendere più efficaci la prevenzione e la repressione dei reati. Ma, senza limiti rigorosi, rischiano di trasformare lo spazio pubblico in un luogo di sorveglianza permanente. Non è in gioco soltanto la riservatezza. La possibilità di essere identificati e seguiti mentre si partecipa a una manifestazione, a una riunione politica o sindacale, o semplicemente si attraversa una piazza, incide anche sulle libertà di associazione, di riunione e di manifestazione del pensiero. Sapere di essere osservati modifica i comportamenti e può indurre il cittadino a rinunciare all’esercizio di una libertà per timore di essere controllato.
La corsa ai data center e la domanda che l’Italia non si fa I problemi Nel 2019 un oppositore russo fu identificato mediante il riconoscimento facciale e sanzionato per avere esposto nella metropolitana di Mosca un cartello contro il governo. Nel caso Glukhin contro Russia, la Corte di Strasburgo condannò la Russia, affermando che simili tecnologie non possono essere impiegate “a qualsiasi costo”: occorrono regole chiare, garanzie contro gli abusi e un rigoroso controllo di proporzionalità, commisurato anche alla gravità dell’illecito. Sotto diversi profili, il testo predisposto dal governo italiano non sembra all’altezza di questi princìpi. Il primo problema riguarda l’autorizzazione. Il provvedimento la affida al procuratore della Repubblica e, nei casi urgenti, consente alla polizia giudiziaria di attivare autonomamente il riconoscimento facciale in tempo reale. Ma uno strumento invasivo almeno quanto le intercettazioni e capace di identificare molte persone - anche secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia - dovrebbe essere autorizzato da un giudice, terzo rispetto alle esigenze investigative e garante dei diritti fondamentali.
Cosa ci può insegnare (davvero) il caso dell’agente Ia “sfuggito al controllo” dei suoi creatori Conservazione Ancora più preoccupante è la disciplina del riconoscimento a posteriori. Una disposizione consente di raccogliere e conservare per sette giorni i dati biometrici di chiunque acceda a luoghi o eventi rispetto ai quali sussistano generiche esigenze di ordine e sicurezza pubblica. Potrebbe così essere creato preventivamente un archivio di volti, orari e luoghi riferito a cittadini non sospettati di nulla, da utilizzare qualora venga commesso un reato. Il riferimento indistinto ai “luoghi” apre la strada a una sorveglianza non più occasionale, ma generalizzata e potenzialmente permanente: proprio ciò che il considerando 95 del Regolamento europeo definisce “sorveglianza indiscriminata”. Manca, inoltre, una delimitazione precisa dei reati per i quali questi sistemi possono essere impiegati. Un mezzo tanto invasivo non può servire ad accertare qualsiasi illecito: la legge dovrebbe stabilire una soglia di gravità, come già avviene per le intercettazioni.
Né si comprende perché non sia stata recepita la garanzia, indicata dallo stesso Regolamento europeo, della verifica del risultato da parte di almeno due operatori indipendenti: un controllo indispensabile per ridurre errori, falsi positivi e discriminazioni algoritmiche. L’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie anche nell’attività di polizia. Ma proprio la potenza di questi strumenti impone regole più rigorose, non garanzie più deboli. Il Parlamento deve pertanto richiedere al Governo di modificare il testo del decreto. Senza solide barriere giuridiche, infatti, il riconoscimento facciale rischia di mutare silenziosamente il rapporto tra cittadino e potere. E la tecnologia concepita per proteggere i cittadini potrebbe finire, come ha ammonito la Corte di Strasburgo, per compromettere la democrazia o persino distruggerla proprio sotto il pretesto di difenderla.










