sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luigi Manconi

La Stampa, 12 marzo 2022

Dopo la guerra i rettori delle università di tutto il continente pensino a organizzare un programma che porti i giovani a studiare in Russia e i russi nel resto d’Europa. Ogni guerra reclama una pace. Pensarlo non è fatalismo straccione, bensì il suo esatto contrario: dopo ogni lacerazione si deve tentare - sempre, e con ogni mezzo - non solo di suturare la ferita, ma anche di sanarla e impedire che si incancrenisca e si cronicizzi.

Dopo ogni guerra, dunque, si deve operare per la pace e, se e quando possibile, anche mentre le bombe cadono. Operare per la pace significa mettere in atto tutte quelle forme di azione, le più minute e in apparenza le più esili, che possano creare concordia, rafforzare le intese, determinare cooperazione, realizzare conciliazione, attivare comunicazioni e scambi, relazioni comuni e obiettivi condivisi. Incontri in luogo di scontro. Relazioni, appunto, dove ci sono state emorragie e fratture.

Va esattamente in questa direzione una proposta formulata da Eugenio Mazzarella, filosofo e poeta, che ha il passo lento ma tenace, prudente ma sicuro, dei cristiani di una volta. Quelli che interpretano la fede non come una soluzione, bensì come un’impresa faticosa e un mistero gratuito e, dunque, senza merito e senza consolazione. Mazzarella su Avvenire del 4 marzo ha scritto un appello che sottoscrivo interamente: “La conferenza dei rettori delle università italiane si rivolga alle università europee tutte - occidentali e russe - per pensare insieme un grande progetto Erasmus per tutti i nostri giovani”. Un progetto che “nei prossimi decenni porti i giovani dei Paesi europei a studiare in Russia e i giovani russi a studiare nel resto d’Europa. Perché siamo Europa. Prepariamo il futuro. I nostri giovani, i nostri figli devono essere amici.

La nostra generazione, e quelle che ci hanno preceduto, in Europa, nella grande Europa, di cui la Russia fa parte per la sua storia, la sua cultura, la sua religione, si è fatta reciprocamente i suoi torti. Loro non devono più farsene. L’Europa delle macerie del ‘900 non deve più poter tornare”.

Di conseguenza, l’invito è indirizzato alla “rete del sapere della cultura della ricerca, quanti possono, e ogni voce che possa levarsi a motivare l’Unione Europea perché finanzi questo programma di scambi per vent’anni. Vent’anni: gli anni dei giovani che guardano attoniti a quel che sta succedendo ai loro sogni, e al loro bisogno di pace”. Verrebbe da concludere così: far conoscere, far circolare, diffondere.