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di Lorenzo Stasi

Il Domani, 27 aprile 2025

Con il decreto Sicurezza il governo ha scelto di proibire un settore che era fiore all’occhiello del Made in Italy. Le voci dei negozianti: “Se l’85 per cento del mio fatturato diventa illegale non posso permettermi l’affitto”. Fino a ieri imprenditori, ora tecnicamente spacciatori. Il governo, con l’approvazione del decreto Sicurezza, ha scelto di rendere illegale un settore - quello della canapa - che era un fiore all’occhiello dell’imprenditorialità italiana. “Caos” e “paura” sono i termini che più ricorrono nei racconti di produttori, distributori e “semplici” negozianti.

Tra i 14 nuovi reati e le tante aggravanti di pena previste dal pacchetto securitario approvato lo scorso 4 aprile e in vigore dal 12, all’articolo 18 si vieta espressamente “la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna delle infiorescenze della canapa coltivata anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati”. Poco importa che evidenze scientifiche, recepite da importanti pronunce giurisprudenziali, abbiano dimostrato come al di sotto di una certa soglia di Thc la cannabis non possa essere considerata sostanza drogante. Perché il governo ha equiparato la cannabis light alle altre sostanze stupefacenti, vietandone quindi qualsiasi uso dell’infiorescenza. In qualsiasi forma.

“Sono diventata una spacciatrice” - Ma che ne sarà delle migliaia di attività nate negli ultimi anni? Chi fino a ieri vendeva infiorescenze a base di Cbd e con basse percentuali di Thc (i due principi attivi della cannabis, solo il Thc ha effetti psicotropi), oggi va incontro a multe, sequestri e denunce. “All’improvviso sono diventata una spacciatrice”, denuncia Annalisa Parini, proprietaria del negozio Buenavita di Milano. “Mi sto trasferendo perché non sono più in grado di sostenere i costi che avevo prima e vorrei sopravvivere. Se l’85 per cento del mio fatturato di colpo diventa illegale”, prosegue, “non posso permettermi l’affitto e le altre spese che avevo fino a ieri”, a maggior ragione in una città, come il capoluogo lombardo, che ha prezzi alle stelle.

“Per ora mi sto spostando in un posto più piccolo e periferico. Ho licenziato la dipendente che avevo perché non sarei più in grado di pagarla. Ci sono poi tutte le altre problematiche connesse: per esempio, ho dovuto già cercare un avvocato penalista perché probabilmente ne avrò bisogno. Non sappiamo cosa fare ma, in attesa degli esiti dei nostri ricorsi, economicamente non sopravvivremo”.

A casa oltre 20mila lavoratori - I numeri aiutano a spiegare l’impatto che questo divieto avrà sulle oltre 3mila aziende che operano nel settore della canapa, ma anche sulle casse dello stato. Secondo un report realizzato da Mpg consulting per conto di Canapa Sativa Italia, la domanda del nostro paese “ha un valore stimato di quasi un miliardo di euro e contribuisce alla creazione di almeno 12.500 posti di lavoro direttamente collegati alla filiera”, oltre ai “10 mila” occupati “a tempo pieno dell’indotto”. Che significa mandare a casa oltre 20mila lavoratori, che arrivano a 30mila se si considerano anche gli stagionali.

Non solo. “L’impatto complessivo sull’economia nazionale ammonta ad almeno 1,94 miliardi di euro”, con la generazione di “un gettito fiscale di almeno 364 milioni”. “I negozi di canapa industriale rappresentano la parte finale di una filiera legale, riconosciuta e regolamentata a livello europeo. Con il nuovo divieto”, sottolinea Raffaele Desiante, presidente di Imprenditori Canapa Italia, “lo stato ha trasformato in fuorilegge centinaia di piccoli imprenditori che pagano le tasse e rispettano ogni normativa. Stanno chiudendo attività nate con sacrificio, mentre altri resistono rischiando sequestri e denunce”.

Per un governo che vorrebbe puntare tutto sul made in Italy, il paradosso è che si mandi al macero un settore che fa dell’Italia “il canapaio d’Europa”, considerato che il 98 per cento della canapa viene esportata all’estero. Oltre ai negozi al dettaglio vengono coinvolte tutte quelle aziende che lavorano con le sostanze attive cannabinoidi non stupefacenti e che estraggono dalle infiorescenze di canapa questi princìpi attivi per usarli, oltre che per uso ricreativo e nel campo medico, anche in quello della cosmesi, degli integratori, dell’erboristeria.

Ci sono poi alcune questioni legali che complicano il quadro, a partire da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dello scorso ottobre che ha stabilito che gli stati membri, in linea teorica, non possono introdurre norme che vietino coltivazione e vendita delle infiorescenze e delle altre parti della pianta di canapa a uso industriale.

Per questo Desiante, ma anche diversi giuristi, sostiene che l’articolo 18 del decreto Sicurezza sia “inapplicabile perché si scontra con il diritto europeo”, oltre a generare “confusione tra cittadini, operatori e forze dell’ordine. È urgente”, continua, “aprire un confronto serio con le istituzioni e ristabilire un quadro normativo coerente e giuridicamente sostenibile”. Ma il centrodestra non ne vuole sapere: mercoledì scorso, in commissione Agricoltura alla Camera, dove si sta analizzando il testo per la conversione in legge, ha espresso parere favorevole alla disposizione e ha chiuso così a ogni possibilità di modifica.

“Siamo destinati a fallire” - Ma al di là delle questioni legali e dei tanti ricorsi che fioccheranno ci sono le difficoltà quotidiane di chi vive degli introiti di questo settore. “Per ora le infiorescenze non le sto vendendo, rischierei grosso”, spiega Abrian Braz, titolare del negozio Mary Jane di Jesolo. “L’80 per cento del mio fatturato proveniva da infiorescenze e derivati. Se non posso più venderle chiudo l’attività perché non basterebbero i prodotti alimentari, le creme, i cosmetici e gli accessori. In questo momento, come altri negozianti, tiro fuori i soldi per coprire le spese. Ma siamo destinati a fallire”. Oltre al fatturato, anche per Braz l’impatto è sull’occupazione: “L’anno scorso avevo due dipendenti. Ora, dopo il decreto, li ho dovuti lasciare a casa”.

Dal Veneto alla Liguria, la situazione è la stessa: “Il giorno dopo l’entrata in vigore del decreto ho chiuso il negozio anche perché non abbiamo avuto nessuna indicazione, per esempio, sullo smaltimento, detenzione o denuncia dei prodotti. Ho chiamato il nucleo di tutela agroalimentare dei carabinieri, ma neanche loro hanno indicazioni. Abbiamo paura anche perché i negozi essendo per strada, sono i più esposti ai controlli”, racconta Yuri Aimo che, oltre a essere titolare di un’attività a Genova ed essere stato assolto dopo quattro anni dall’accusa di vendere illegalmente farmaci mentre in realtà erano semplici oli, ha anche un’azienda agricola con 33 dipendenti.

“Con loro non abbiamo idea di come muoverci. La nostra consulente del lavoro in 30 anni non ha mai visto un’azienda diventare illegale in 12 ore. Tutta la parte agricola”, spiega Aimo, “non ha ammortizzatori sociali, la Naspi ce l’avrebbero a partire dal dal 2026 perché in questo settore parte l’anno successivo. Abbiamo i dipendenti che si rifiutano di venire a lavorare perché potrebbero essere accusati di favoreggiamento allo spaccio. Non possiamo licenziarli, e non sarebbe neanche corretto, e ora sono in ferie forzate. Non sappiamo cosa fare, abbiamo un magazzino pieno di merce che andrà stoccata ma non c’è nessun protocollo da seguire. Siamo nel caos più totale”.