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di Giuseppe Pastore

Avvenire, 6 ottobre 2022

Mercoledì a Palermo si è svolto un sit-in per sollevare l’attenzione delle istituzioni sulle morti dietro le sbarre. Da gennaio si sono registrati 66 suicidi negli istituti penitenziari italiani.

Mai così tanti suicidi in carcere come quest’anno. Il 2022 si preannuncia l’anno con il numero più alto di persone che si sono tolte la vita dal 2009, quando i suicidi hanno raggiunto quota 72. Da gennaio a oggi, invece, se ne contano già 66 a cui si sommano altre 60 morti per cause diverse, alcune ancora da accertare.

“Basta morti in carcere”, hanno detto a gran voce gli attivisti di Antigone che ieri, 4 ottobre, hanno tenuto un sit-in davanti al tribunale di Palermo a cui hanno preso parte anche i famigliari di Samuele Bua e Roberto Pasquale Vitale, morti suicidi nel carcere Pagliarelli di Palermo, e la madre di Francesco Paolo Chiofalo, detenuto nel penitenziario palermitano e deceduto per cause da accertare. Alle istituzioni si chiede di intervenire su una situazione che, dal 2000 a oggi, conta 3.500 decessi di cui 1.240 suicidi. A questi numeri, poi, si aggiungono circa mille atti di autolesionismo all’anno, spiega il presidente di Antigone Sicilia Pino Apprendi.

“Sono numeri che dovrebbero far riflettere chi si occupa di giustizia”, dice Apprendi: “E invece si è fatta una campagna elettorale nel silenzio perché nessuno dei leader nazionali ha toccato questo tasto, nonostante fosse un periodo molto caldo per i suicidi in carcere”. Tra i corridoi degli istituti penitenziari italiani si incrociano storie di vite diverse, molte interrotte troppo presto. Secondo un rapporto di Antigone, infatti, l’età media delle persone che si sono suicidate è di soli 37 anni. La maggior parte dei suicidi si consuma nella fascia d’età tra i 30 e i 39 anni, seguita da quella tra i 20 e i 29 anni.

“Ci sono stati casi di suicidio pochi mesi prima dell’uscita dal carcere”, rivela Michele Miravalle, componente dell’osservatorio nazionale di Antigone. Stando al report dell’associazione, inoltre, molte persone che si sono tolte la vita erano ancora in attesa di giudizio. Dodici suicidi avvenuti quest’anno, poi, sono avvenuti dopo brevi permanenze in carcere e “nella maggior parte di questi casi le persone erano affette da patologie psichiatriche”.

Quello della salute mentale in carcere può definirsi un’emergenza. “Il problema della salute mentale forse è la grande emergenza del carcere di oggi in Italia”, evidenzia Miravalle spiegando che “il 40% delle persone detenute fanno uso sistematico di psicofarmaci”. Il carcere, aggiunge “non ha strumenti per affrontare molte di queste situazioni perché c’è un’emorragia di personale professionale sanitario e di operatori di salute mentale che sistematicamente mancano e quindi, spesso, si ricorre allo psicofarmaco senza poter fare null’altro”.

Proprio il tema della salute mentale rientra tra quelli sottoposti all’attenzione delle istituzioni dopo il sit-in di ieri a Palermo. “Chiediamo di evitare la detenzione per i soggetti fragili, identificati come malati psichiatrici o con gravi problemi psicologici”, spiega Pino Apprendi. Ma le richieste al prossimo esecutivo non si esauriscono qui: “Chiediamo di creare le condizioni affinché i detenuti in attesa di giudizio possano scontare a casa il periodo che li vede lontani dalla condanna”. E ancora: “Un intervento svuota-carceri che metta fuori i ragazzi dai 20 ai 30 anni che sono negli istituti penitenziari per reati minori”. Sono persone che, secondo i dati di Antigone, rappresentano la seconda fascia d’età nei casi di suicidi.

Ogni suicidio cela dietro di sé una storia che meriterebbe di essere analizzata senza trasformarla in un numero. Ma i numeri ci sono e vanno interpretati. Secondo il citato rapporto di Antigone, infatti, “un importante indicatore del fenomeno - oltre ai numeri assoluti - è il tasso di suicidi, ossia la relazione tra il numero di decessi e le persone detenute”. Sebbene l’anno non si sia ancora concluso, il tasso di suicidi nel 2022 “sembra destinato a crescere rispetto al biennio precedente”: nel 2020 il tasso di suicidi era pari a 11 casi ogni 10mila persone detenute, mentre nel 2021 il valore è stato di 10,6 suicidi ogni 10mila persone detenute. E se questo non bastasse, Antigone ha confrontato il fenomeno suicidario all’interno del carcere con quello fuori dove si registrano 0,67 suicidi ogni 10mila persone. Negli istituti penitenziari, invece, “ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna”.

Ma perché il 2022 rischia di passare alla storia come l’anno con il numero di suicidi più alti dell’ultimo ventennio? “Le risposte possono essere molte - commenta Miravalle. Non è banale che questo sia stato il primo anno post pandemico e che questa sia l’onda lunga di una pandemia che ha trasformato molto non solo la società, ma anche il carcere.

Il carcere si sta riprendendo dalla pandemia molto più lentamente della società: molti progetti, anche nel mondo del volontariato, sono andati avanti a singhiozzo e alcuni si sono fermati e non hanno più ripreso. E quindi è chiaro che il carcere si trova in una situazione di abbandono, di solitudine”.

Un primo passo: più telefonate per i detenuti - “Monitoriamo la situazione dei suicidi da molti mesi”, spiega Miravalle. “Ad agosto 2022 - ricorda - abbiamo avuto praticamente un suicidio ogni due giorni. Ormai siamo ben oltre il numero di suicidi degli ultimi anni”. Proprio quest’estate Antigone ha lanciato la campagna “Una telefonata allunga la vita” per sollecitare un allargamento delle maglie in materia di colloqui telefonici dei detenuti. “Ovviamente le telefonate non sono risolutive del problema, ma sono un importante strumento di prevenzione”, spiega Miravalle.

Solo pochi giorni fa il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha diramato una circolare che affida discrezionalità ai direttori del carcere nell’autorizzare i colloqui telefonici o le videochiamate (introdotte in pandemia), anche oltre i limiti stabiliti dal regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario. Ma l’intervento dovrà essere stabilizzato dal legislatore e, quindi, dal Parlamento che sta per insediarsi.

“Il Dap - commenta Miravalle - ha scelto una strada abbastanza prudente suggerendo ai direttori di avere un’applicazione meno restrittiva del regime delle telefonate che era stato allargato durante il Covid e che noi auspicavamo diventasse legge. Non siamo ancora a quel punto, ma è un primo risultato di percezione di un disagio che va affrontato”.