di Gaetano Sassanelli*
Gazzetta del Mezzogiorno, 1 marzo 2021
Durante il primo lockdown, mi era capitato di subire lo sfottò, simpaticamente piccato di un cliente che diceva "Ha visto avvoca' cosa si prova a stare ai domiciliari?". Io sorridevo, ma non ero ancor ben conscio che un anno dopo, la vita "per sottrazione" avrebbe avuto un sapore amaro, frustrato e non sempre apprezzato. Ogni piccola concessione al tempo ritrovato è un pezzo di vita che si ricompone: ogni passeggiata, ogni chiacchierata con gli amici, una piccola tessera di cui sono diventato geloso e sempre più avido.
E allora sono rimasto colpito dalla notizia che, a un detenuto in regime di 41bis, l'illuminato Tribunale di Sorveglianza di Sassari, nonostante ispezioni, attacchi estrali ministeriali, abbia concesso la possibilità di ascoltare la musica in cella. La notizia era duplice perché alcune delle testate online che la riportavano, lanciavano, al contempo, un sondaggio nel popolo della rete per chiedere se tale concessione fosse giusta o meno.
Rispondendo il quesito alla pancia del paese, inutile dire come tutti i sondaggi terminassero. Non oso quindi immaginare i sondaggi odierni dopo la concessione, allo stesso detenuto, delle videochiamate con i propri familiari; decisione assolutamente indigesta ai più, che vorrebbero che lo status detentivo fosse uno status tout court privativo; privativo di qualsiasi cosa, anche della dignità umana. E allora, chi sono i veri barbari?
Io mi affanno da sempre a spiegare che il 41bis è un regime border line, talmente duro da essere stato più e più volte sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale e ella Cedu che hanno sempre ricordato che la pena deve essere rieducativa e giammai vendicativa.
Introdotto nel nostro ordinamento dopo le efferate stragi mafiose del 1992, quale strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha poi subito un'ipertrofia legislativa che l'ha portato a divenire elemento stabile nel nostro ordinamento, trasformandosi in sinonimo di carcere duro; quasi che ci possa essere un carcere leggero, uno accogliente e uno che, oltre ad essere compatibile con le direttive costituzionali, lo sia anche con le direttive "populistiche" delle emozioni degli italiani.
Il carcere è un tema divisivo, ma non per questo si deve smettere di parlarne con onestà intellettuale ed anche politica, perché non è un problema solo di chi è dietro le sbarre; è un problema della collettività intera che anche nei momenti di crisi deve scegliere se essere liberale o scegliere il metodo "Barabba" della pubblica gogna, della compartecipazione della punizione, della vendetta in luogo della dignità.
La pandemia ha offerto, impietosa, lo sguardo reale sulla realtà carceraria, sovraffollata, inadatta e disumana; eppure quando l'Unione delle Camere Penali lo ha denunciato, le è stato risposto che c'erano altre urgenze rispetto alla vita dei detenuti, quasi che le carceri fossero delle discariche umane. Ma cosa ci può essere di più urgente dell'Uomo? Dello stabilire la soglia di dignità al di sotto della quale non può più definirsi tale?
È così difficile comprendere che concedere una videochiamata o un cd musicale (peraltro in un regime ultra-privativo) significa concedere una possibilità a noi stessi? Significa cioè concedere la possibilità di abbandonare i criteri meramente vendicativi del trattamento sanzionatorio e restituire una corretta prospettiva di rieducazione e di rifondazione di una società eticamente giusta e collaborativa e, visto che ci siamo, costituzionale.
Smettiamola di considerare il carcere come il crogiuolo delle nostre frustrazioni sociali, delle inadeguatezze del sistema giudiziario, il buco nero dove scaricare i fallimenti sociali; iniziamo a considerarlo parte del sistema giustizia, come percorso di approdo di un processo equo che decide di ricorrere alla carcerazione umana, stabilendo che non è "buttando la chiave" e dimenticandoci del mostro, che il mostro per magia scomparirà.
Non è come la polvere sotto il tappeto: dietro i detenuti ci sono anche storie, famiglie, uomini e donne che hanno sofferto; davvero pensiamo che la soluzione giusta sia un chiavistello sempre più grosso e rumoroso? Una cella 2x2? Un'ora d'aria ridotta'? Perché, invece, non implementiamo gli strumenti di giustizia riparativa, di detenzione alternativa (con potenziamento anche dei servizi accessori come i servizi sociali), consigliati dai numeri dei casi di recidiva di chi ne usufruisce? Perché non restituiamo l'amministrazione carceraria agli operatori del diritto piuttosto che ai sostenitori del metodo "Barabba".
È avvilente leggere le polemiche che si scatenano puntuali all'indomani di ogni concessione di un beneficio ad un detenuto, alle quali anche la politica, al posto di sostenerne il percorso, fa invece seguire urla ed ispezioni ministeriali, quasi a volere destituire un sistema che, saggiamente, ha tutti gli strumenti al suo interno per una prudente valutazione di questa o di quella concessione! Leggo la questione della musica e delle videochiamate e penso ad Anders Breivik, stragista che ha fatto causa allo Stato Norvegese, vedendo riconosciuto dalla Corte distrettuale di Oslo il diritto al risarcimento per trattamenti disumani cui lo stesso sarebbe stato sottoposto durante la sua carcerazione.
Mi si dirà che la Norvegia è un altro Paese, evoluto, socialmente avanzato; e invece penso che noi siamo il paese, ieri, di Beccaria, Moro e Contento e, oggi, di Manes e Fiandaca; un paese che ha al suo interno gli anticorpi culturali per non cedere al richiamo del carnefice. Facciamo sì che quel chiavistello faccia "clack" anche per noi e che in quei cubi di cemento sporchi e sovraffollati ci siano esseri umani con la loro dignità, dove non possano trovare spazio le urla di vendetta che li lascino piano piano scivolare nel baratro più oscuro senza rendercene conto. *Avvocato penalista











