di Lorenzo d’Avack
Il Dubbio, 17 ottobre 2026
Le attuali rivolte degli studenti in Francia ci riportano a quelle che abbiamo vissuto nel nostro Paese nel ‘68 e può essere interessante domandarsi quali possano essere le differenze tra le une e le altre a distanza di oltre cinquant’anni. Certamente una prima differenza la possiamo riscontrare nel fatto che nel 1968 i giovani lottavano per abbattere l’autoritarismo e reinventare la società. Gli studenti di oggi, di contro, scendono in piazza per difendere il diritto allo studio di fronte a classi di massa, alla carenza di docenti e a scuole fatiscenti.
E siccome, come osserva il leader del ‘68, Daniele Cohn Bendit, non vi è un luogo dove dirlo, è pressoché inevitabile che ragazzi, unitamente spesso agli stessi docenti e ora ai sindacati, scendono in piazza dove poter manifestare la propria frustrazione e disagio e, soprattutto, diversamente dal passato, dichiarare la loro paura che “non esista più un futuro”.
Se le proteste studentesche in Francia dovessero intrecciarsi con un più vasto malcontento sociale, la Francia potrebbe ritrovarsi di fronte a scene che ricordano il Maggio ‘68 nel nostro e in molti altri Paesi. Nelle ultime settimane molti studenti hanno esibito striscioni che richiamano quelle storiche manifestazioni. E di queste ne furono gran parte attivate nel nostro Paese dall’allora “movimento studentesco”, che, sebbene non sia riuscito a realizzare le proprie richieste romantiche, iconoclaste e ribelli, ma anche di straordinaria suggestione, ebbe alcuni indiscutibili meriti che possiamo ricordare.
Il primo di avere espresso la denuncia del sistema e della struttura del potere. In poche settimane il movimento degli studenti spazzò via gran parte della struttura politica e culturale di decenni precedenti, in particolare del costume, con una velocità che neanche la guerra aveva raggiunto. Il secondo suo merito fu quello, su di un piano politico generale, e non solo di costume, di aver dato al popolo italiano la coscienza che erano ormai passati i tempi in cui le repressioni governative di polizia si dovevano subire passivamente, anche nei loro peggiori eccessi, secondo quanto era avvenuto ad esempio nel 1950 di fronte agli operai con la famosa repressione Scelba.
È stato in vero il movimento studentesco ad avere insegnato per primo, forse senza averne avuto neppure la piena coscienza, come il popolo abbia il pieno diritto di reagire, anche fisicamente e anche con la forza, contro tali repressioni, non già, come il terrorismo per la sovversione e la distruzione sociale dell’ordine costituito, ma proprio per la conservazione e il progresso del medesimo.
Il terzo suo merito, poi, anche se apparentemente solo settoriale e sussidiario, fu quello di sostituirsi al ruolo vergognosamente carente delle autorità statali dell’epoca e di rivendicare, sia pure in modo eterodosso, tutta l’importanza capitale che in una società civile rivestono i problemi della scuola, in ogni suo ordine e grado, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’assoluta necessità di una loro soluzione adeguata alle esigenze di tempi e di una società in trasformazione. Si tratta purtroppo di un merito che attende ancora la sua realizzazione, ma di un merito che non va, comunque, sottovalutato, essendo valso a richiamare la pubblica opinione su tali cruciali problemi e a far sentire quanto essi siano parte essenziale del patrimonio fondamentale di ogni stato civile e di ogni coscienza sociale degna di tale nome.
Dimenticarlo può giustificare nuove contestazioni. Un altro suo merito, infine, anche se strettamente connesso al precedente e da esso in certo senso dipendente, fu ancora quello di aver suscitato per la prima volta un interesse, una riflessione nel mondo studentesco, così da fargli quantomeno intuire che non tanto le denunce e le utopistiche reazioni sociali globali, quanto la questione specifica universitaria era il vero problema capitale che direttamente riguardava anche in primo luogo gli studenti e che esigeva, soprattutto, da questi una risposta.
Il che era stato in fondo la ragione principale per cui la parte più democratica ed avanzata dell’università aveva guardato le contestazioni e occupazioni studentesche con molta attenzione, nonostante la loro denunciata illegalità da parte della politica, nella speranza di arrivare a valorizzare queste forze emergenti e di farsene delle alleate nella lotta che ritenevano indispensabile per una vera riforma strutturale e funzionale dell’università e della scuola.









