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di Stefano Folli

La Repubblica, 18 ottobre 2022

L’incontro tra Meloni e Berlusconi nel quadro di una gestazione complicata per un governo che nascerà. Non è la prima volta che la gestazione di un governo è complicata e di sicuro non sarà l’ultima. In parte dipende dalla nostra legge elettorale (ma in Germania, dove si vota in modo diverso, ci son voluti due mesi per inaugurare l’esecutivo del cancelliere Scholz).

E in buona misura si tratta di screzi abbastanza prevedibili tra le diverse fazioni. Questa volta lo psicodramma è un po’ più vibrante del solito: conta senz’altro il cambio generazionale in atto a destra, dove una giovane donna dal temperamento poco addomesticabile ha messo all’angolo l’anziano padre padrone. Il quale recrimina con l’argomento tipico delle persone d’età: “E pensare che l’ho creata io, quanta ingratitudine”. Ma è una tesi debole, peraltro sostenuta a suo tempo anche da una grande figura come Helmut Kohl, che non aveva pace di fronte al “tradimento” di Angela Merkel, da lui considerata una vera e propria figlia politica.

Di sicuro Berlusconi non è Kohl e soprattutto Giorgia Meloni non è sua figlia, in termini politici. C’è un partito, FdI, che ha avuto il 26 per cento e un altro, Forza Italia, che è sceso al 8. Il rovesciamento dei rapporti di forza è nelle cose, testimoniato ieri da un Berlusconi che fa buon viso a cattivo gioco e si reca nella sede meloniana di via della Scrofa. Chi lo conosce, sa quanto può essergli costato. Ma il finale era già scritto e non prevedeva colpi di scena. Rimane l’inimicizia, ormai non sanabile, tuttavia Berlusconi non ha più l’energia e nemmeno l’interesse di mettere a soqquadro la coalizione di cui non sarà mai più il signore incontrastato. E la giovane impertinente che lo ha mortificato, nemmeno lei ha motivo di calcare la mano. Il tramonto di Forza Italia è da tempo inevitabile e dove andranno a sistemarsi in futuro i suoi parlamentari e quadri dipenderà dai prossimi eventi. In primo luogo da come prenderà forma e si muoverà il governo Meloni.

Che il ministero sia destinato a nascere tra pochi giorni, non ci sono dubbi. Che abbia un futuro luminoso, è da vedere e al riguardo le perplessità sono legittime. Per rimettere tutto in discussione, Berlusconi avrebbe dovuto rompere in maniera plateale il centrodestra e, diciamo, passare all’opposizione. Solo così il presidente della Repubblica avrebbe avuto motivo di negare il mandato alla vincitrice del 25 settembre. Per il resto, vale la formula rituale: il presidente del Consiglio incaricato “accetta con riserva”. Come dire che a quel punto s’impegna a verificare l’esistenza di una maggioranza solida. La relativa novità è che sui ministri si discute e si litiga prima dell’incarico, nel tentativo di essere più o meno pronti quando Mattarella deciderà. Ma questo è solo un aspetto del problema, nemmeno il più importante. Il vero tema riguarda il profilo dell’esecutivo e l’idea di Paese che riuscirà a esprimere.

Le promesse di un livello alto dei vari ministri per adesso sembrano lettera morta. Si sta andando verso un ministero senza lampi degni di nota. Ma c’è ancora da capire come si risolverà il nodo della Giustizia: nello scontro con il fondatore di Forza Italia Giorgia Meloni ha saputo dar prova di leadership, ma la scelta del Guardasigilli sarà il vero spartiacque. Lì si vedrà se Berlusconi ha ottenuto qualcosa di sostanziale o se, al contrario, la premier in pectore ha chiuso un capitolo per aprirne un altro. Poi c’è il programma, o meglio l’idea di quale Italia vuole la destra. La priorità è la drammatica situazione economica e sociale. Ma la cornice è il rapporto con l’Europa. Di fronte all’evidente diffidenza di Francia e Germania, nonché della Commissione, il governo Meloni ha due opzioni: rassicurare i partner, nostalgici di Draghi, sulla volontà di restare nel solco tradizionale. Oppure contrapporre una diversa visione nel segno del nazionalismo. Dalla via imboccata si capiranno molte cose, a cominciare dalle prospettive di durata dell’esecutivo.