di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 17 maggio 2025
Il male gode di ottima salute mediatica e suscita più curiosità che indignazione, come conferma lo sciagurato sondaggio apparso su una chat scolastica di Bassano del Grappa: “Chi meritava di più di essere uccisa, Chiara Tramontano o Giulia Cecchettin?”. In compenso il bene sta cordialmente sulle scatole a tanti, specie a chi pensa di saperla lunga e lo svilisce di continuo, derubricandolo a “storiella edificante”. Ne ha appena fatto le spese una tostissima impiegata di banca lombarda, tornata in Kenya per assicurare alla giustizia i tre rapinatori che durante le vacanze di Natale l’avevano ferita con un machete. Dopo avere riconosciuto il capo della banda - ma anche conosciuto lui e i suoi problemi, economici e familiari - non si è limitata a perdonarlo. Gli ha pagato un corso di italiano per consentirgli di trovare impiego in una struttura turistica del posto. La reazione dei social (identica a quella degli umani di ogni altra epoca, che però non possedevano ancora uno strumento per scoperchiare il tombino dei loro pensieri) è stata di condanna spinta fino al dileggio. Perché fare del bene a un povero che ti ha fatto del male, anziché aiutarne uno che non ti ha fatto niente e che magari abita sotto casa tua? Il bello è che chi sostiene certe tesi di solito non aiuta mai nessuno, neanche i poveri che abitano sotto casa sua. Sarà per questo che il bene lo infastidisce più del male: è come se lo spingesse ad agire, mentre lui adora limitarsi a guardare. E a giudicare.











