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di Luigi Manconi

La Repubblica, 30 luglio 2026

Si dovrebbe tracciare una linea di demarcazione profonda e invalicabile tra chi manifesta pacificamente e chi esercita la violenza. In via preliminare va detto che, in ogni diversa fase storica, un evento particolarmente significativo - in genere per la quantità di violenza espressa - finisce con il costituire una frattura profonda per tanta parte della gioventù cresciuta in quegli anni. Una frattura dolorosa e, per certi versi, irreparabile. Ovvero la scoperta, spesso traumatica, che a una domanda di diritti e libertà possa opporsi non solo una società adulta e variamente autoritaria, ma anche un nemico pericoloso: lo Stato, i suoi apparati, i suoi uomini. E che questi potrebbero operare fuori dalla legge e contro la legge.

Così fu in quel 1969 degli attentati sui treni, della strage del 12 dicembre a Milano e della morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura dove era trattenuto illegalmente. Per una parte di quella gioventù la cicatrice non fu mai compiutamente rimarginata e, seppure non consideriamo le conseguenze patologiche e criminali (come il terrorismo), c’è da rilevare la permanenza nel tempo di un sentimento di diffidenza, sino all’estraneità, verso lo Stato democratico. Uno Stato che si era rivelato così infedele rispetto ai suoi stessi principi e alle sue stesse promesse.

Qualcosa di molto simile è avvenuto a seguito dei fatti del G8 di venticinque anni fa. Il movimento che si ritrovò nelle strade di Genova esprimeva una significativa qualità sociale e intellettuale che venne tragicamente dissipata. Successe quel che successe: dalle torture nella caserma di Bolzaneto alle aggressioni dei black bloc, dalle molotov introdotte nella scuola Diaz da un vicequestore fino alla morte di Carlo Giuliani “con quella sua canottiera bianca” (così la madre al Manifesto). La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver sanzionato adeguatamente le violenze commesse dalle forze di polizia.

Ma in quei giorni a Genova si manifestò un’altra, e altrettanto dura, verità: la scoperta che il male era anche nelle nostre fila. E questo acuì la scissione silenziosa tra la gran parte dei partecipanti ai cortei e i black bloc e chi ne assecondava e ne approvava gli atti. Tra i manifestanti, i “disobbedienti” tentarono una operazione assai audace: quella di realizzare una opposizione di piazza attraverso un repertorio di azione che si voleva esclusivamente “difensivo”. Per capirci, nessuna bottiglia molotov e nessun corpo contundente, ma solo un’attrezzatura leggera che avrebbe dovuto contenere e limitare gli effetti della risposta degli agenti nei confronti di chi avesse violato i confini della zona rossa. Un tentativo, certamente ingenuo e velleitario, che tuttavia avrebbe meritato miglior sorte, ma che - stretto tra una repressione particolarmente efferata e la violenza militarmente organizzata dei black bloc - fallì. Così come è fallita, nei decenni successivi, la volontà di separare nettamente la mobilitazione di massa pacifica dall’azione aggressiva dei gruppi organizzati: ancora i black bloc, piccole aggregazioni di anarchici e fazioni votate alla guerriglia di strada.

Personalmente, sulla base di una lontana esperienza e di una qualche antica corresponsabilità, ritengo che si tratti di un fenomeno incontrollabile; e che l’evocazione dei buoni “vecchi servizi d’ordine di una volta” sia una inutile lepidezza. Chi ha un briciolo di memoria ricorderà come fu inutile l’imponente struttura della Cgil a impedire la contestazione nei confronti di Luciano Lama all’interno dell’Università Sapienza di Roma nel febbraio 1977. Dunque, ci si deve rassegnare? No.

Ma si dovrebbe tracciare una linea di demarcazione profonda e invalicabile tra chi manifesta pacificamente e chi esercita la violenza. Non si tratta di una distinzione tra “vecchi” e “giovani”, né tra politica “istituzionale” e politica “rivoluzionaria”. Il discrimine è un altro: e corre tra quanti perseguono un’azione concreta ed efficace e quanti ne vogliono una tutta declamatoria e gestuale. Alla fine di ottobre del 2009, alcuni collettivi organizzarono, nel quartiere romano di Tor Pignattara, una protesta per Stefano Cucchi, morto per mano dei carabinieri qualche giorno prima. Vi furono scontri, seppure di modesta entità. Ma si udì immediatamente la voce di Ilaria, Giovanni e Rita Cucchi affermare che non era quella la strada giusta. Come si sa i fatti hanno dato loro totalmente ragione.

A distanza di tanti anni, una settimana fa, la manifestazione promossa a Bologna dal sindaco Lepore, che aveva portato la città a solidarizzare con un suo figlio chiuso ai margini del sistema di cittadinanza, è stata drammaticamente compromessa dall’azione di gruppi violenti. Qui non è in discussione la loro buona fede, della quale posso interessarmi solo sul piano della psicologia sociale, né la bontà o meno delle loro disgraziate intenzioni. L’unica cosa che davvero conta è che si sono rivelati un pericolo per la battaglia di verità sulla morte di Fakir. Vorrei che tale opinione venisse condivisa da tutti, con la sola eccezione di quanti pensano che per ottenere giustizia sia utile lanciare una bicicletta contro un mezzo della polizia: insomma, tra questi ultimi e noi penso che non vi debba essere promiscuità alcuna. Che poi si debba ascoltare e ancora ascoltare, magari fino allo sfinimento, e capire e ancora capire, è tutt’altro discorso.