sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Nadia Urbinati

Il Domani, 19 marzo 2022

In Europa, l’invasione russa dell’Ucraina ha ossigenato la corsa al riarmo, un processo già in atto durante la pandemia, come ha scritto Stefano Feltri su Domani. Il vecchio continente è rinato dalle macerie della Seconda guerra mondale con una politica kantiana: integrazione commerciale e culturale, pace e benessere.

L’Unione europea senza una comune politica di difesa: la Nato, e gli Stati Uniti come sua massima agenzia di approvvigionamento, è stata per anni l’allenza-schermo dietro alla quale l’Europa si è costruita un’immagine rassicurante. Non senza generare critiche di ipocrisia: ricordiamo una celebre copertina del New Yorker, precedente all’attentato terroristico del 2001, nella quale Usa e Ue erano raffigurati con due file di persone in attesa di imbarcarsi su un aereo: la prima fila era un mondo variegato, multietnico, un po’ sgangherato, con i viaggiatori che soffrivano in piedi; la seconda era tutta bianca, con gente ben vestita e che attendeva seduta, bevendo e fumando.

I paesi europei sembrano voler correggere quell’immagine iconica di benessere nella pace e si imbarcano in politiche di riarmo. La giustificazione al riarmo è iniziata con le immigrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente che hanno sedimentato l’idea che i confini della Ue necessitino di una difesa non aleatoria (e che la Nato non può offrire).

Poi, la Brexit ha aperto nuovi spazi di giustificazione visto che a quel punto la Francia era la sola forza militare preponderante, un fatto che alla Germania non doveva piacere affatto. La guerra in Ucraina arriva nel momento giusto e giustifica quel che neppure i massacri seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia sono riusciti a giustificare.

Il riarmo corposo della Germania, la costante crescita in vari paesi e in Italia del bilancio della Difesa stanno cambiando l’immagine dell’Europa, che non cesserà di godere dello proprio status di benessere ma lo riserverà probabilmente a fasce sempre più ristrette di una popolazione che è sempre più multietnica.

La pandemia non è riuscita a motivare tanti finanziamenti alla salute quanto la guerra. Sembrerebbe che la produzione di armi si imponga come un settore di traino della ripresa economica più della sanità.

La crisi energetica e il probabile razionamento sembrano dare una mano a questa nuova stagione di politiche nazionalistiche. Da un lato, il presidente francese Emmanuel Macron profila uno Stato che prenda il controllo del settore energetico e perfino un ritorno alla pianificazione. Dall’altro, una Germania che sembra convertita all’idea della spesa militare come volano di crescita. La rinascita dal Covid rivisita strade battute nel primo dopoguerra - nazionalismo economico e riarmo - e questo può difficilmente riservarci un mondo più giusto e più sicuro. Anche in passato, la militarizzazione è stata venduta come volano di benessere, un’ideologia che ha abbagliato perfino le socialdemocrazie. Ha senso essere preoccupati.