di Adalberto Perulli
Corriere del Veneto, 4 maggio 2023
Riallacciare il tema della Giustizia sociale con quello della Pace, come avevano cercato di fare i costituenti e, prima di loro, i grandi trattati internazionali e le Dichiarazioni novecentesche dei diritti umani. Tutti questi temi attraversano l’opera di Alain Supiot, giurista e intellettuale di fama mondiale, che sarà all’Università Ca’ Foscari di Venezia venerdì 5 maggio per un seminario attorno al suo ultimo libro, La sovranità del limite. Giustizia, lavoro e ambiente nell’orizzonte della mondializzazione.
Supiot non offre ricette facili e populiste, ma una nuova “algebra sociale”, in cui il Diritto e la Giustizia ritrovano un terreno comune per raggiungere quel “limite ideale” che - rifacendosi a Simone Weil - egli individua per orientarsi nel mondo e contribuire alla sua trasformazione. È grazie a quel limite che l’organizzazione sociale può essere realizzata senza traccia di oppressione; che la responsabilità degli individui si coniuga alla politica; che quest’ultima cessa di essere un “gioco” e torna ad occuparsi - grazie ad un Diritto che rispecchia la sua funzione primordiale, cioè tracciare dei limiti per contenere la legge del più forte - della possibilità per gli uomini di esercitare, su un piano di parità, le loro libertà individuali e collettive.
Ma questo compito, che è della politica e quindi del Sovrano che non si arrende all’arroganza del suo potere, può essere atteso solo rovesciando il paradigma che, per Supiot, è alla base di tutte le storture che ci affliggono, vale a dire la globalizzazione senza limite, il pensiero unico economico che diventa religione, fede nella virtù della “distruzione creatrice”, senza mai calcolare il danno e lo spreco che ne risulta. E i danni, innumerevoli e incalcolabili, sono sotto i nostri occhi: i rischi psicosociali del lavoro, la disarticolazione del contesto educativo famigliare, l’esclusione e l’emarginazione dei giovani ridotti alla inattività o all’emigrazione, l’aumento dell’intolleranza, dei fanatismi e di forme inedite di violenza. Per non parlare della insostenibile impronta ecologica di una globalizzazione che ignora quanto sia importante la biodiversità per la sopravvivenza dell’umanità.
Questo compito, di riportare i limiti alla loro dimensione sovrana, non può essere - per Supiot - quello dello Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, che riduce il problema in una logica manageriale, in cui il pianeta Terra diventa un’enorme impresa alla quale applicare le ricette della governance dei numeri, algoritmica e tecnologica. Occorre cambiare registro: pensare in termini di “mondializzazione” invece che di globalizzazione, tracciando i limiti di un mondo vivibile, pacificato e unito, grazie ad una nuova alleanza tra scienza e politica, nel rispetto della diversità delle situazioni locali e fuori dai dogmi neoliberali della crescita illimitata, della flessibilizzazione del lavoro e dell’egemonismo culturale.
Ripartendo dalla sovranità del limite e dal primato dei doveri rispetto ai diritti, si può rimodellare un ordinamento mondiale in base al principio di Solidarietà, unica risposta giuridica alla crescente interdipendenza dei popoli. Prendere sul serio questo dovere di Solidarietà implica però la necessità (e la responsabilità) di richiamare all’ordine coloro (Stati ma anche Imprese) che, oltrepassando il limite interno del loro potere, non vi ottemperano e - prima o poi - saranno costretti a trovare quel limite al loro esterno, proprio come accade ad Hitler nel suo bunker alla fine dell’aprile del 1945.









