di Andrea Malaguti
La Stampa, 23 novembre 2025
Al Torino Film Festival Jacqueline Bisset porta sul palco del teatro Regio l’incredibile meraviglia dei suoi ottantuno anni. Elegante, determinata, piena di fascino, impugna il microfono e rompe il protocollo da serata inaugurale. Non parla di cinema, parla di una cosa che è successa a lei. Ma in realtà parla di chi non riesce a sbarcare il lunario, di chi non ha un tetto sopra la testa, di chi trattiamo come feccia. Gli invisibili, i fragili, meglio se immigrati.
Racconta della sera prima, in albergo, quando ancora piena di sonno sente il bisogno di andare in bagno e, mezza nuda, abbandona il letto. L’oscurità la confonde. Apre una porta, la varca e se la chiude alle spalle. È quella della camera. Non ha con sé la chiave, non ha un telefono, vicino a lei non c’è nessuno. È rimasta fuori. Tutto il suo mondo è dall’altra parte. È scalza, svestita, si sente fragile come non le è mai successo. Non sa a chi chiedere aiuto. Nemmeno come. E si vergogna. Si domanda: che cosa farei se questa fosse la mia condizione di vita abituale?
Perché le città europee, e del mondo, non sono piene di rifugi e di bagni per chi è in difficoltà? Pensieri disarticolati, da piccola emergenza improvvisa, che si interrompono quando un uomo appare in corridoio. “Mi può aiutare?”. Quello risponde secco: “No”. E se ne va. Capisce di averlo spaventato. “Forse mi sarei spaventata anch’io”. Il punto è che i fragili ci fanno più paura dei forti. È da loro che ci attendiamo il pericolo, in un interessante ribaltamento del senso. Nessuno è bersaglio della violenza quanto gli invisibili.
In platea, c’è chi commenta ridacchiando: “cos’è, una lezione buonista?”. Bisset è lì sul palco, dunque è andato tutto bene, no? Applausi. Si va avanti. Ma a me l’aneddoto, minore, lo so, rimane in testa. E prende definitivamente corpo quando Sergio Castellitto, parlando di Torino, dice: “è una città unica, perché è contemporaneamente aristocratica, borghese e proletaria”. Ha ragione. Dimentica giusto un aggettivo: solidale. Forse la sua parte migliore. Quella che fa sperare che alla fine, al mondo, i buoni siano sempre uno in più dei cattivi.
Proprio venerdì mattina, con Federico Monga, siamo andati a trovare Sergio Chiamparino all’Opera Barolo, dove, finito il Covid, l’ex sindaco, ex presidente della Regione Piemonte ed ex parlamentare di democratici di sinistra e Ulivo, ha cominciato a fare volontariato. Riempie le cassette di cibo a lunga conservazione e le distribuisce ai più poveri. Pasta, sugo, tonno, olio, zucchero, latte. A volte c’è persino il pecorino fresco. Sono prodotti che arrivano dal Banco alimentare, dalle Coop, dalle donazioni private, destinati a sfamare, e spesso a vestire, circa mille-ottocento persone iscritte nei registri dell’Opera, con Isee al di sotto dei diecimila euro. Seicento nuclei famigliari, quasi tutti migranti. Nell’ultimo anno si è moltiplicato a dismisura il numero dei peruviani che scappano dai disordini di Lima, per finire, generalmente, in mano ad un racket locale che sequestra loro i documenti e chiede tangenti sul lavoro. Quante volte trattiamo le vittime come se fossero carnefici? Normalmente fanno i badanti. Quelli che entrano in casa nostra. Si occupano dei nostri genitori. O di noi. Quelli che spesso paghiamo in nero. In genere meno di dieci euro l’ora. “Certo, non siamo noi a salvarli dalla miseria. Ma cerchiamo di dare una mano. Sai, in fondo io sono rimasto un vecchio comunista. Per me la politica non può essere solo teorie e parole, che pure servono. Ma deve essere azione. Altrimenti non è”.
Ha i capelli bianchi, il fisico tonico, da montanaro incallito. Impossibile riconoscergli i suoi settantasette anni. “Ma ce li ho”. Poco tempo fa, per scaricare delle casse si è fatto venire un’ernia che lo ha costretto al ricovero. “Venire qui per me ha un senso”. Lo provoco: è una cosa di sinistra? “È una cosa da esseri umani. E sì, è di sinistra. Perché la sinistra ha sempre avuto come obiettivo quello di aiutare i più deboli”. Memorandum per i più distratti. Nel mondo del trumpismo accanito, del putinismo violento, dei nazionalismi spietati e dell’abiura europea ai suoi valori consolidati, Sergio Chiamparino può apparire fuori sincrono. In realtà non è così. Fa solo parte di un pezzo di realtà che abbiamo smesso di guardare.
Qui, nel distretto della solidarietà torinese, dove nello stesso quartiere sono sistemate l’Opera Barolo, la sede di Camminare Insieme (di cui Chiamparino è presidente), della Pastorale Migranti, del Cottolengo e di una Casa di accoglienza per donne, ogni giorno si presenta un fiume di volontari. Molti sono professionisti affermati. Compresi i centoventi medici che offrono il loro contributo nel piccolo ospedale nel portone di fianco. Gratis. Gente anonima e straordinaria. Anche stamattina all’accettazione c’è la fila. Marocchini, senegalesi, pakistani. Un mondo pieno di mondi. Aveva ragione Federico Fellini. “Non c’è fine, non c’è inizio. C’è solo l’infinita passione della vita”.
Guardo Chiamparino. Non hai mai paura di loro? “Maddai. Se non ci fossero bisognerebbe inventarli”. Snocciola i dati sulla demografia. E quelli del Pil. L’immigrazione vale il 9% del nostro prodotto interno lordo. E oltre il doppio quando si parla di agricoltura e di edilizia. Resta che ad una larga parte di italiani i migranti danno (eufemismo) fastidio. Dunque, che facciamo con loro? Calci in culo e a casa? Non è questo lo spirito del tempo? Sollecitazione impopolare.
Anche qui la contemporaneità pretende una scelta di campo: o chiedi, come Alice Weidel (leader dell’ultradestra tedesca) e Silvia Sardone (leghista pugnace) l’immediata “reimmigrazione” o sei un terzomondista radical-chic che non ha mai messo piede in periferia. Un modo surreale per affrontare i problemi di un pianeta in cui si contano 281 milioni di migranti internazionali e 117 milioni di persone in movimento forzato a causa di conflitti, violenze e disastri. E dove, solo nel 2025, i morti nel Mediterraneo sono stati più di mille.
Per questo la prospettiva di Chiamparino è due volte interessante. Da vecchio comunista, come si definisce lui, ma soprattutto da amministratore pubblico, ha sempre pensato che accoglienza e sicurezza debbano andare di pari passo e che non sia scandaloso dirlo. Eppure, la sinistra ha avuto un recente e tardivo risveglio, da sempre terrorizzata dall’idea che la richiesta, banale, di rispettare l’ordine pubblico, sia l’anticamera di una dittatura. Ma se hai paura dei ladri, degli spacciatori o di un’aggressione in strada, sei di destra o di sinistra? Una domanda alla quale la politica dovrebbe rispondere con una voce sola.
E che invece ci insegue ogni giorno, finendo per farci credere che chiunque non sia come noi, chiunque abbia le pezze nei pantaloni e un passaporto incerto, sia una minaccia per la sicurezza nazionale. Una mattinata qui all’Opera Barolo, dove stanno raccogliendo con fatica i fondi per acquistare un ambulatorio mobile, e la prospettiva cambia. Le persone che delinquono si arrestano, quelle che hanno bisogno si aiutano. “Una terapia che fa miracoli. Ieri mattina è venuto un marocchino. Ci ha chiesto di toglierlo dalla lista degli aventi bisogno. Aveva trovato un lavoro. Mai visto così felice. Voleva che il suo cibo andasse ad altri”. Morale? “Morale, io mi sono ormai ritirato dalla politica attiva. Ma se dovessi dare un consiglio alla sinistra, che su questi temi ha perso credibilità da decenni, sarebbe semplice: bisogna occuparsi della realtà per quello che è. Non per quello che vorremmo che fosse”. Accogliere. Ma in sicurezza. I volontari del distretto della solidarietà torinese lo fanno con ventimila immigrati ogni anno. Dunque, si può.









