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di Francesca Malgieri Proietti*


Il Dubbio, 7 dicembre 2019

 

In questi giorni si è svolta una straordinaria manifestazione di protesta. Ne sono stati protagonisti gli avvocati penalisti italiani che, sollecitati dall'Unione Camere penali sotto la guida del Presidente Caiazza, hanno aderito alla "Maratona oratoria" contro la prossima entrata in vigore della norma, contenuta nella legge conosciuta come "spazza corrotti", che sospende, meglio abolisce, la prescrizione dei reati dopo pronuncia della sentenza di primo grado.

Una protesta che si conclude oggi a Roma e che ha scandito l'intera settimana di astensione dall'attività giudiziaria: un raduno di avvocati provenienti da tutta Italia che, da lunedì scorso, si sono alternati ininterrottamente ai microfoni con l'intento di svelare le mistificazioni che accompagnano la riforma della prescrizione. L'iniziativa che, oltre ai penalisti, ha visto coinvolti anche molti accademici animati da spirito di verità, ha destato talmente tanto interesse da meritare la partecipazione di esponenti della politica, intervenuti ai microfoni dell'Unione per manifestare solidarietà alla causa ed esporre possibili soluzioni parlamentari.

Il tema, tuttavia, non ha bandiera politica se non una: il disvelamento di un inganno posto alla base della riforma. È ingannevole, sappiamo noi avvocati, sbandierare il blocco della prescrizione come una faccenda di civiltà. È ingannevole acclamare a gran voce che i "furbetti", non potendosi più sottrarre ai processi, non avranno più scampo. È ingannevole promettere che la riforma garantisce gli interessi di tutti i cittadini e mette la parola fine all'era berlusconiana della giustizia. Queste non sono altro che mistificazioni che offuscano la verità: l'abolizione della prescrizione non farà che aumentare e, nelle grandi sedi di giustizia, rendere strutturale la disfunzione degli uffici giudiziari addossandone ai singoli il malfunzionamento.

La prescrizione dei reati, va detto chiaramente, non è un escamotage attraverso il quale giungere a una sentenza di proscioglimento, se non per chi ignora il funzionamento del processo e le sue finalità. Se non per chi si sente presuntuosamente intoccabile e ritiene di non poter mai inciampare in quel meccanismo che, secondo la logica populista, investirebbe solo corrotti e criminali.

Giungere a una sentenza di proscioglimento per prescrizione non è un beneficio elargito dallo Stato o raggiunto da chissà quale artifizio difensivo di un "azzeccagarbugli", dal momento che a noi avvocati è precluso ogni abuso di strategie difensive che abbiano effetti sul decorso dei termini prescrizionali, termini che restano sospesi ad ogni nostra richiesta di rinvio nel processo.

Sarebbe corretto informare i cittadini, come è avvenuto grazie all'iniziativa dell'Ucpi, che invece la prescrizione dei reati viene raggiunta in gran parte nella fase delle indagini preliminari, cioè a processo non ancora iniziato, in uno stadio in cui di fatto la Procura ha il potere di scegliere quali procedimenti portare avanti e quali far giacere nella polvere.

Sarebbe corretto spiegare che, molto spesso, i processi faticano ad iniziare ad esempio per vizi attinenti la citazione a giudizio delle parti; che, una volta iniziati, stentano a proseguire, magari, per omessa citazione dei testimoni o per il ruolo eccessivamente carico del giudicante.

Sarebbe corretto affermare - ma questo significherebbe già avere consapevolezza di cosa sia un processo penale e di quali siano le sue finalità, non certo quelle di giungere a una sentenza di condanna, ma di accertare le responsabilità sulla base di un capo di imputazione - che il processo è il prodotto della dialettica tra accusa e difesa e che tentare di degradare le attività difensive a manovre dilatorie o travianti è sintomo di poca, ridottissima, insignificante coscienza prima civile e poi giuridica.

Sarebbe corretto spiegare che il trascorrere del tempo è la conseguenza del malfunzionamento dell'apparato della giustizia e che si dovrebbe intervenire sulla causa di questa disfunzione, anziché adattare la soluzione al problema. Non è sufficiente affidarsi alla promessa di una riforma del processo per sentirsi al riparo dalle conseguenti devastanti dell'abolizione della prescrizione. Perché, come noi operatori del diritto ben sappiamo, una riforma efficace richiede non solo conoscenza del sistema ma tempo per essere messa in pratica. E la fretta, si sa, non porta mai a buoni risultati.

Per svelare questo ed altro noi avvocati penalisti siamo scesi in piazza, per sette giorni consecutivi, senza soluzione di continuità (se non per le ore notturne), con ogni condizione metereologica possibile. Chi scrive, insieme ai colleghi della Camera penale romana e ai colleghi che ci hanno raggiunti da tutta Italia, ha messo da parte in questi giorni molti degli impegni professionali, le proprie relazioni familiari ed amicali, i propri interessi personali, per dedicarsi con impegno e passione a difendere, in modo diverso dal quotidiano esercizio della professione ma che è anch'esso espressione della propria vocazione professionale, i diritti di tutti.

A pensarci bene, proprio a noi avvocati che, letteralmente, viviamo di processi, questa riforma gioverebbe. Ma è una categoria strana la nostra, che si schiera unita e compatta per difendere i diritti altrui contro i propri interessi, perché sa bene che i diritti altrui sono anche i propri. E già questo, verrebbe da dire, dovrebbe costituire la garanzia, oltre ogni ragionevole dubbio, della giustizia della nostra battaglia.

 

*Avvocato della Camera penale di Roma