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di Goffredo Buccini

 

Corriere della Sera, 27 maggio 2021

 

Claudio Graziano, residente del Comitato di difesa dell'Ue: le carrette del mare ci punterebbero. Se facessimo sul serio, sarebbe una vera azione militare sulla Libia. "Che può essere intrapresa solo con una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu o su richiesta del Paese interessato: fuori da questi casi, il blocco navale è una misura di guerra", spiega Claudio Graziano, presidente del Comitato di difesa dell'Unione europea.

E non si fa con due o tre navi, occorre una forza adeguata che si assuma responsabilità gravi: fino ad affondare i battelli che provino a violare il blocco. Il richiamo storico più facile è il blocco navale degli Stati Uniti contro Cuba durante la crisi dei missili russi del 1962. Nel nostro caso, un blocco potrebbe ritorcersi contro di noi, perché qui non parliamo di embargo sulle armi, ma di carrette del mare coi profughi a bordo: si faccia avanti chi se la sente di colarle a picco.

"Il blocco potrebbe allora costituire un pull factor, un fattore di attrazione", continua infatti il generale Graziano, "perché le barche dei migranti punterebbero dritto verso le nostre navi e non è che puoi lasciarle affondare girandoti dall'altra parte, nessuna marina militare al mondo, nel rispetto del diritto internazionale e dei principi umanitari, lo accetterebbe". Non è buonismo, è onore.

Tuttavia, il blocco navale nella politica nostrana è un'idea... carsica. Scorre sotterranea e riemerge a ogni tensione sui migranti, di recente con l'ennesima crisi di Lampedusa e con quella dell'enclave spagnola di Ceuta: "Ci vuole il blocco navale!". Da anni è il mantra di Giorgia Meloni. E molti lo sostengono, specie a destra. Ma anche il pd Nicola Latorre lo invocò nel 2015, perché l'Onu fermasse "il traffico di esseri umani dalla Libia". Luciana Lamorgese, ora presa ad arginare i flussi tunisini, venne iscritta un anno fa a sua insaputa in quest'elenco da un post di Fratelli d'Italia che rovesciò il senso di una sua frase: "Non credo di poter bloccare barchini autonomi affondandoli o non facendoli arrivare qui, un'opera va fatta nel Paese di provenienza", disse la ministra. "Finalmente il governo si sveglia e scopre il blocco navale!", ne dedussero arditamente quelli. Argomento scivoloso, il blocco pare soprattutto un pericoloso miraggio, come spiegano molti comandanti militari.

E nel marzo 1997 l'Italia lo tocca con mano. È in corso la seconda crisi dell'Albania: migliaia di profughi provano ad attraversare l'Adriatico. In un clima di isteria collettiva, la cattolicissima Irene Pivetti dichiara al Tempo che "andrebbero ributtati in mare" (salvo cercare poi di metterci una toppa surreale: "Sono stata fraintesa, volevo dire: rimettiamoli in mare"). L'ex presidente leghista della Camera è anche sfortunata, quel 27 marzo. Perché, 24 ore dopo, la sua frase infelice si invera in tragedia. La nostra corvetta Sibilla affonda al largo di Brindisi la "Kater I Rades" partita da Valona, in una manovra "dissuasiva" volta a impedirne il passaggio: nel naufragio muoiono 108 albanesi.

A Palazzo Chigi c'è Prodi: sicché per paradosso l'unico vero blocco navale in Italia lo attua con esiti disastrosi la sinistra di governo (la quale ha sempre contestato che di blocco navale si trattasse, sostenendo la tesi del "pattugliamento concordato" con gli albanesi). Berlusconi, all'opposizione, si precipita in Puglia dai superstiti e parla come una Carola Rackete ante litteram: "Nostro dovere è dare temporaneo accoglimento a chi fugge da un Paese vicino cercando salvezza in un Paese che ritiene amico". Dodici anni dopo, di nuovo premier, sosterrà i respingimenti di Maroni, per i quali l'Italia verrà poi condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.

Dal piano Anaconda contro i confederati nella guerra civile americana fino al "blocco della fame" della marina inglese contro i porti tedeschi, è lunga (ma non gloriosa) la storia del blocco navale. Servono decine di corvette e pattugliatori, mezzi aerei e regole d'ingaggio: nel nostro caso in uno scenario vastissimo, nel Canale di Sicilia, a respingere i migranti.

L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina al tempo di Mare Nostrum, l'operazione che salvò 152 mila naufraghi (arrestando 366 scafisti) tra il 2013 e il 2014, sostiene anche lui che il blocco si trasformerebbe in soccorso umanitario: "L'unica possibilità per essere efficaci sarebbe posizionare le navi militari nell'immediata vicinanza della costa libica, in vista delle spiagge da cui partono i migranti, per impedirne l'imbarco sui gommoni: un'operazione irrealistica sotto il profilo politico, quanto meno sotto l'egida nazionale". Si arriverebbe a un passo dal boots on the ground, l'intervento a terra.

L'ammiraglio Fabio Caffio (autore del "Glossario del diritto del mare") ha sostenuto che il blocco è "irrealizzabile e illegale". Certo, come meditava Maroni nel 2011, si potrebbe "fermare, soccorrere e riportare da dove è partito" chi viene intercettato. Ma è teoria. A parte i rischi di stragi e naufragi (come nel caso Kater I Rades), resta il problema dei respingimenti in mare: illegali, perché non si consente al profugo di chiedere asilo; due volte illegali, se il Paese in cui lo si riporta è piagato da violenze (è il caso della Libia).

Nel nostro caso, inoltre, la questione è una ferita aperta. La scorsa estate sono arrivati in Italia i primi eritrei che hanno vinto la causa Osman: 89 persone, partite dalla Libia, furono intercettate dagli italiani il 1° luglio 2009 (ancora Maroni agli Interni) e riportate in Libia con l'inganno. Un precedente pesante. Di certo però non sufficiente ad archiviare ricadute geopolitiche.

"Troppo spesso - riflette Graziano - i migranti vengono usati come un'arma contro Europa e Italia: è inaccettabile l'uso ricattatorio degli esseri umani. Ma in Libia bisogna andare alla radice del problema, che non è solo dell'Italia. Il blocco navale in sé non risolve la crisi. E, se la situazione a terra è immutata, il problema rimane". Già. Alzi la mano il marinaio che non avrebbe voluto salvare gli ultimi piccoli naufraghi rigettati lì, sulla spiaggia di Zuwara, come bambolotti spezzati dal mare.