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di Carlo Bonini, Leonardo Martinelli e Matteo Garavoglia*

La Repubblica, 14 settembre 2024

Detenuti morti in carcere, ragazzi picchiati senza motivo dalla polizia, dissidenti e attivisti repressi. Sotto Kais Saied il Paese maghrebino ha detto definitivamente addio ai tempi della rivoluzione dei gelsomini. Ed è diventato uno Stato di polizia. Anche con i soldi dell’Ue. Era una sera di primavera: mite, all’apparenza. Aziz Ben Khmis, 26 anni, filava via col suo motorino su una traversa di Avenue Bourguiba, l’arteria principale di Tunisi. Era l’anno scorso, lui lavorava come corriere per le farmacie della capitale: un impiego stressante e pagato una miseria, ma pur sempre un lavoro, in Tunisia se ne trova sempre meno. Con il suo pacco di farmaci, procedeva a rilento su quel reticolo di strade della “città europea”. I bianchi palazzi coloniali di epoca francese soffrono l’inesorabile declino del tempo, mentre le strade si riempiono di passanti affannati, incuria e auto impazienti. “Andavo di fretta e non si avanzava: ho preso una via contromano. All’improvviso due poliziotti in civile hanno fatto cenno di fermarmi.

Mi hanno controllato i documenti e, senza dirmi niente, uno di loro mi ha tirato un pugno in pieno volto e mi ha rotto il naso”. Aziz non ha reagito, neppure quando il motorino è stato sequestrato e neanche nelle settimane successive, quando nessuno voleva prendere in carico la sua denuncia al commissariato. Originario di Boudria, un quartiere popolare nella periferia ovest di Tunisi, sa bene come funziona: “Fanno sempre così quando capiscono che vieni dalla periferia”.

Liquidato quell’”incidente”, Aziz non ha potuto farci niente. Capelli corti e barba ben curata, quando oggi ne parla, spezza le frasi con sorrisi improvvisi, quasi a nascondere l’incredulità e il nervosismo che prova nel raccontare quanto è accaduto. “La Repubblica” ha raccolto una serie di testimonianze, come quella di Aziz, di uno “Stato di polizia” di ritorno nel paese che, nel 2011, con la Rivoluzione dei gelsomini, mise fine alla dittatura. Prima, sotto Zine El Abidine Ben Ali, il dittatore, Avenue Bourguiba e dintorni erano puliti e ordinati, ma la repressione delle forze di sicurezza spudorata e feroce. Poi, con l’arrivo della democrazia, si ridusse, ma sopravvisse nascosta e sottile. Intanto la transizione democratica (2011-21) ha coinciso con il deteriorarsi della situazione socio-economica del paese, mentre il cuore di Tunisi diventava sempre più sporco.

Oggi la repressione ha cambiato volto: è quella di Kais Saied, presidente dal 2019 e che il 25 luglio 2021 sciolse il Parlamento, imponendo una nuova Costituzione iperpresidenzialista: ha azzerato la magistratura e compiuto una sterzata autoritaria. In parallelo, ha accettato di stringere i controlli sulle partenze dei migranti dalle sue coste, guadagnandosi il sostegno dell’Europa e soprattutto della sua amica Giorgia Meloni: “La collaborazione con la Tunisia è per l’Italia una priorità assoluta da molti punti di vista ed è anche un tassello del lavoro che l’Italia sta portando avanti con il Piano Mattei, per costruire con le nazioni del continente africano una cooperazione su base paritaria e che sia finalmente vantaggiosa per tutti”, ha detto la premier nell’aprile scorso. Il 6 ottobre prossimo sono fissate le elezioni presidenziali. Saied, in previsione, ha incarcerato decine di giornalisti, attivisti e avversari politici (mentre Meloni e gli altri leader europei guardavano da un’altra parte). Lui vuole essere rieletto, a tutti i costi.

Ma ritorniamo su avenue Bourguiba. È l’ombelico di un paese, il suo termometro. È la strada dove rivendicazioni politiche e contestazioni hanno sempre preso forma. Su questo viale alberato, dove i bar abbondano e il vociare continuo dei passanti si perde tra i clacson delle macchine, oggi si protesta in solidarietà con Gaza contro “l’entità sionista”, come i media pubblici chiamano qui Israele: è una battaglia talvolta cavalcata opportunisticamente da Saied, che ben conosce l’affetto del suo popolo per la causa palestinese. Su avenue Bourguiba si riversano pure i piccoli-grandi eroi che ancora osano ribellarsi al potere. All’epoca della rivoluzione, decine di migliaia di persone presero d’assalto il ministero degli Interni, un palazzo massiccio, squadrato e misterioso, che si trova agli inizi del viale. Aziz è stato aggredito dalla polizia proprio lì dietro, dieci anni dopo. Da quello scatolone di cemento scuro si manovravano i fili dello “Stato di polizia” ai tempi di Ben Ali. Quei tempi sembrano ritornati. E in più con una situazione economica degradata.

La sfera politica - Asrar Ben Jouira non si è mai tirata indietro: pure lei, da quando è stato possibile, dopo il 2011, è andata sempre su Avenue Bourguiba a esprimere il proprio malcontento. 32 anni, attivista e femminista di lunga data, è una delle testimoni più affidabili di cosa voglia dire scendere in piazza per i propri diritti in Tunisia. Tuttavia, dal 25 luglio 2021, le speranze e anche le frustrazioni per un futuro migliore hanno lasciato spazio a un senso di rassegnazione: “Oggi non esiste più l’attivismo - ammette -, è cambiato tutto da quando c’è Kais Saied”.

Asrar ha l’aria rassicurante, non è esattamente il ritratto della violenza. In passato le sue battaglie erano state per cambiare leggi dubbie, come un discusso decreto che ha dato ancora più potere alle forze di polizia. Poi, però, c’è stato un punto di non ritorno. “Era qualche giorno prima del referendum costituzionale del 2022 - ricorda -. Protestavamo su Avenue Bourguiba in maniera pacifica. A seguito di quella manifestazione mi sono ritrovata con otto capi d’accusa, tra cui un’aggressione alle forze di polizia. In totale rischio fino a dieci anni di prigione. Sono sicura: è tutto legato alle denunce delle forze dell’ordine, che avevo fatto negli anni passati”. Oltre a vivere da allora con l’angoscia di vedersi condannare a lunghe pene di carcere per accuse che ritiene infondate - una sorta di pretesto per neutralizzarla - proprio a causa del suo militantismo, Asrar assicura di aver subito una violenza di tipo sessuale da parte dei poliziotti durante una manifestazione e diverse campagne d’odio sui social. “Prima le aggressioni erano mirate - conclude - e riguardavano singoli individui. Oggi, invece, può capitare a chiunque”.

Tra chi, negli ultimi decenni, ancora prima del 2011, ha difeso i diritti umani in Tunisia e lottato per migliorare il Paese, c’è Sihem Bensedrine. Dal 2014 al 2018 aveva presieduto l’Istanza per la Verità e la Dignità (Ivd), una commissione costituzionale per fare luce sui crimini compiuti durante la dittatura e nelle settimane della rivoluzione del 2011. Anni che poterono aprire uno squarcio sulla recente storia tunisina, ma non sono serviti a far cessare le violenze, che emanano dalle istituzioni. A sorpresa, dopo così tanti anni, a inizio agosto Bensedrine è stata incarcerata per aver falsificato il rapporto dell’Ivd: un’accusa che la società civile tunisina ha subito respinto al mittente, ribadendo che questa mossa nasconde un interesse politico per zittire l’opposizione.

“La Repubblica” ha potuto incontrare Bensedrine qualche settimana prima dell’accaduto e le sue parole pesano come macigni sulle spalle di Kais Saied e dei suoi partner europei: “Dal 2021 tutto si è accelerato. Il vecchio apparato è tornato in piena forza, senza freni e senza limiti. Gli europei sono complici. Sostengono Kais Saied e il suo regime, legittimando così le sue politiche repressive. Continuano a supportare le forze di sicurezza, che ricevono nuove auto per la polizia e grandi attrezzature: fanno quello che vogliono, mentre lo Stato è in bancarotta”.

Lo Stato di diritto che non c’è - Era una tranquilla giornata primaverile del 2022 quando Mohamed (ndr, è un nome di fantasia) venne svegliato da alcuni agenti di polizia, mentre dormiva per strada a Tunisi, di fronte alla sede nazionale della Garde nationale, la gendarmeria, alle dipendenze del ministero degli Interni. Siamo sulla tangenziale che corre verso la Marsa: si tratta di una delle strade principali della città, è molto trafficata e collega il centro alla periferia nord, residenziale e benestante. Da lì Mohamed è stato posto sotto la custodia dello Stato e le forze di sicurezza lo hanno trascinato alla prigione di Mornaguia, a decine di chilometri di distanza, nei sobborghi ovest della capitale.

È sempre lì da due anni e ancora oggi nessuno sa il perché. Non è chiaro neppure per l’Organizzazione contro la tortura di Tunisi (Omct), che ha seguito il caso fin dal principio. Non lo è neanche per sua madre, la quale preferisce non rivelare l’identità di suo figlio, per la vergogna e per paura che i vicini e gli altri familiari possano venire a conoscenza della sua malattia mentale. La mancanza di tutele giuridiche e di sicurezza è qualcosa di ricorrente in Tunisia, nonostante nel corso degli anni il piccolo paese nordafricano abbia cercato più volte di riformare il suo sistema giudiziario e di rafforzare lo stato di diritto. In particolare, l’Unione europea è stata una delle istituzioni che ha fornito un importante aiuto economico per adeguare il sistema tunisino agli standard internazionali e per formare gli agenti di polizia, chiamati a risolvere emergenze di questo tipo.

Fin dalla rivoluzione del 2011, Bruxelles ha concesso alla Tunisia più di 570 milioni di euro per ristrutturare i tribunali e le prigioni, per informatizzare le procedure penali e civili e per fornire equipaggiamenti tecnici al ministero degli Interni. Soldi che hanno permesso anche di intervenire, per renderlo più moderno, sul carcere di Mornaguia, dove si trova Mohamed. Oggi il ragazzo ha 26 anni e, secondo sua madre, si trova in una posizione di assoluta vulnerabilità. “Lo vado a trovare ogni settimana, ma non sta bene - racconta -. Una volta mi sono preoccupata tantissimo, perché sono andata e lui non c’era. Mi hanno detto soltanto che era in punizione in una cella d’isolamento. Un’altra volta la sua mano era di un colore strano e aveva diversi lividi sul corpo. Gli ho chiesto se lo avessero picchiato e, prima di rispondermi, si è girato verso i poliziotti, negando. Sono preoccupata per mio figlio. I medici del carcere mi hanno detto che soffre di schizofrenia e depressione: non dovrebbe stare lì”.

Il giorno che Mohamed è stato ritrovato in uno stato confusionale di fronte alla caserma della Garde nationale, nel suo zaino aveva una copia del corano e un coltello. Quanto basta per accusarlo di sospetto terrorismo, anche se i dettagli del suo fascicolo giudiziario non sono mai stati resi noti. A due anni da quest’episodio, la vita del giovane e quella dei familiari è stata stravolta per sempre. Come diversi suoi coetanei, nel 2021, dopo la laurea d’ingegneria, Mohamed aveva deciso di lasciare la Tunisia per cercare fortuna all’estero. Aveva trovato uno stage in un’impresa informatica in Costa d’Avorio. Dopo qualche mese, aveva cominciato a soffrire di disturbi mentali. Una volta rientrato in Tunisia, il suo stato di salute aveva continuato a peggiorare, fino a ritrovarsi in prigione. Oggi questo ragazzo è in carcere senza poter conoscere le accuse che gli sono rivolte, ma, soprattutto, senza tutele giuridiche e mediche per poter sperare in un futuro migliore: “A volte mi parla in maniera strana - sospira la mamma - e non capisco quello che dice. Ho capito, però, che ha l’intenzione di suicidarsi, una volta uscito dalla prigione”.

L’azzeramento dei diritti civili - Il presidente Saied è un uomo di poche parole. Preferisce parlare in arabo classico alle folle, anche a coloro che non lo capiscono, nei quartieri più periferici della capitale. Le sue prese di posizione sono essenziali, ma molto chiare. Oltre a “ridare dignità al popolo tunisino”, molto spesso i suoi discorsi sono rivolti contro le organizzazioni internazionali che difendono i diritti civili, accusate in più occasioni di voler destabilizzare il Paese con valori sbagliati rispetto alla cultura tunisina. La comunità lgbtiqi+ è una delle più esposte alla violenza dei suoi discorsi. Che spesso si traduce nella repressione da parte della polizia.

Saif Ayadi è il direttore esecutivo di Damj, l’associazione per la giustizia e l’uguaglianza. Sorriso accogliente, a un primo sguardo potrebbe addirittura sembrare timido. Eppure, non ha mai mancato una manifestazione per chiedere maggiori diritti civili, per le persone Lgbtiqi+ e non solo, e da anni è uno dei volti più noti delle proteste: in prima linea, è sempre pronto a fare da scudo alle compagne e ai compagni: “Ma le aggressioni dirette e fisiche non sono niente rispetto a quelle psicologiche”, racconta, scoppiando in una delle sue risate, che sdrammatizzano tutto. Siamo nella sede dell’organizzazione, appena dietro l’ambasciata di Francia e ancora a breve distanza dal ministero degli Interni, il tetro palazzone.

Ayadi ha cominciato il suo attivismo a Gabès, da dove proviene, nel Sud-Est del paese, da anni al centro di una battaglia ambientalista contro un enorme polo chimico, che scarica i suoi veleni in mare. “La prima volta che mi hanno arrestato - ricorda - avevo 16 anni. Era dopo la rivoluzione. Facevo parte di un movimento contro il reintegro delle personalità legate al regime di Ben Ali ed ero colpevole di aver fatto dei murales su alcuni edifici pubblici. Sono stato liberato dopo due giorni, ma nel frattempo sono stato picchiato e mi hanno tenuto in una stanza al buio, dove la puzza era insopportabile”. Per lui, è stata solo la prima di una lunga serie di brutte esperienze.

Nel corso degli anni Ayadi, militante anche della Lega tunisina dei diritti dell’uomo, ha subito aggressioni in tutti i luoghi in cui ha vissuto, dalla città di Sfax, la seconda della Tunisia, alla capitale: “Dal 2018 mi sono mobilitato contro un progetto di legge, che prevedeva la diminuzione delle pene per i poliziotti colpevoli di aggressioni - racconta -. Il 6 ottobre 2020 davanti al Parlamento eravamo 300 persone e i sindacati di polizia ci hanno picchiato e arrestato. A me hanno rotto il braccio. Dopo che mi hanno liberato, ho fatto una denuncia per tortura e maltrattamenti, perché ho subito delle violenze anche nella loro macchina: ci sono video e testimoni, ma non ho più saputo nulla. I poliziotti hanno fatto lo stesso: la loro denuncia, invece, ha avuto un decorso in tribunale”. È in attesa di un processo. Le violenze, tuttavia, non si sono fermate qui. Saif assicura che, oltre a subire le ripercussioni psicologiche di quello che ha vissuto, è stato costretto a cambiare più volte casa per i continui abusi portati avanti dalle forze di polizia, che hanno fatto più volte irruzione nell’abitazione.

Nella sede di Damj, la sua associazione, ci sono un distributore di preservativi gratuiti e lubrificanti forniti da un programma delle Nazioni Unite e una serie di volantini di prevenzione sanitaria. I militanti raccontano che nelle app di incontri si infiltrano le forze di sicurezza, che danno finti appuntamenti per poi aggredire e incriminare le persone lgbtqi+. Secondo Nejia Mansour, attivista anche lei di Damj, “chi appartiene a questa comunità è esposto più di altri alla repressione degli organi di sicurezza. L’articolo 230 del Codice penale criminalizza l’omosessualità. Anche i luoghi di detenzione non sono affatto sicuri, soprattutto per le persone trans e le donne in particolare. Abbiamo documentato lì diversi casi di violenza sessuale e stupri. E nel momento in cui vogliono denunciare un’aggressione da parte della famiglia o di persone per strada, nei commissariati queste denunce non sono prese in considerazione”.

Nei regimi che derivano verso l’autoritarismo, oltre all’aumento delle violenze, della repressione politica e dell’accentramento dei poteri in una sola persona, c’è un altro elemento che incide sul deterioramento della libertà di parola e dei diritti civili e sociali. Oggi in Tunisia per la società civile, sbocciata dopo la rivoluzione del 2011 e l’arrivo della democrazia, è quasi impossibile fare pressioni per cercare di difendere i propri interessi: “Prima del 25 luglio 2021 e della stretta di Saied - conclude Ayadi -, esisteva una cintura associativa, che poteva fare pressione a difesa della propria comunità e cambiare la politica di Stato. Nel nostro caso erano le persone Lgbtiqi+, ma tutte le associazioni intervenivano contro l’impunità e sul sistema giudiziario tunisino. Dopo il 25 luglio, nel Parlamento (ndr, oggi soggiogato completamente al presidente e privo di poteri effettivi) non abbiamo più interlocutori: siamo rimasti soli. A oggi siamo vittime di una campagna digitale omofoba e siamo senza via di uscita. Saied non si è dimostrato solidale con noi ma in generale non lo è tutto il sistema. Oggi mi sento come se non esistesse neanche l’un per cento di giustizia: ogni volta che vai in strada a manifestare non sai come finirà. Il presidente è riuscito a distruggere anche il sentimento di solidarietà”.

Alla ricerca della verità - Sfax, grosso e fumante centro industriale, è la capitale economica della Tunisia. È anche il porto principale del paese. Il cuore della città è di un’architettura modernista, a tratti all’avanguardia: retaggio di un’epoca di aspirazioni e miraggi, dopo l’indipendenza del 1956. Subito fuori da quel reticolo di strade, è scoppiata una città disordinata, fatta di polverosi scatoloni di cemento e di strade affollate di motorini, che sfilano via in contro senso. Tanto araba Sfax, rispetto all’”europea” Tunisi. Anche un po’ Blade Runner Sfax, quando il buio cala giù all’improvviso: in città vagano sagome ritagliate dalle luci opache dei lampioni. Molti di loro sono migranti subsahariani, arrivati qui per imbarcarsi verso Lampedusa. Ma è il sogno anche dei tunisini, in una città dove il lavoro c’è, ma sottopagato e precario. Radhia Dhouib prova a sopravvivere in una casa ancora in costruzione, alla periferia. Da quando ha perso il marito, qui il tempo si è fermato.

Nelle due stanze dove vive, conserva ancora tutti i beni di Anis, il marito, compresi i vestiti e alcune foto di famiglia: “Fu arrestato il 17 luglio 2019 per spaccio di stupefacenti - racconta la donna -. Dopo neanche due settimane l’ho trovato morto in ospedale coi denti spaccati e pieno di lividi. Sono convinta che lo abbiano ammazzato e oggi chiedo verità e giustizia”. Il caso di Anis Werghemmi è pieno di lacune. Lavoratore precario nei mercati di frutta e verdura di Sfax, dopo essere stato arrestato in circostanze mai chiarite, intraprese uno sciopero della fame per protestare contro un arresto, che riteneva ingiusto.

La mattina del 29 luglio il suo corpo venne trasportato in ospedale privo di vita. Radhia scoprì della morte appena prima di entrare in carcere per la visita settimanale: “Mi dissero che era morto per l’effetto aggressivo dello sciopero della fame: secondo me, è impossibile. Finora non ho ancora ricevuto i risultati dell’autopsia. Del processo non so nulla. Sono convinta che i poliziotti siano coperti dal tribunale e dai medici dell’ospedale”. Lo stipendio che la donna riceve dal Comune per pulire le strade non basta per sfamare i tre figli, che sono rimasti con lei a vivere, il nipote e la mamma di Anis. Il figlio più piccolo, ancora minorenne, ha già provato a partire clandestinamente, senza riuscirci: “Dice che in questo Paese hanno ucciso suo padre e non ha trovato la verità, vuole andare in Italia per costruire il proprio futuro. Ha smesso di studiare alla terza elementare, sa solo scrivere il suo nome in arabo”.

Il caso di Radhia Dhouib non è il solo. Seguita dall’Organizzazione mondiale contro la tortura in Tunisia (Omct) insieme a più di 900 persone, a cui viene offerta assistenza legale e psicologica, in quasi la totalità dei casi i poliziotti non vengono mai sottoposti a indagine e arrivare a un verdetto è quasi impossibile. Tra quelle 900 persone c’è anche Taher Guezmi. Originario di Tunisi, oggi ha 62 anni, ma ne dimostra di più. Un po’ per il suo passato lavorativo da muratore. Un po’ per i traumi psicologici che ha subito dopo la morte di suo figlio Sofiene. Oggi di quel ragazzo restano solo due piccole fototessere, che `Taher custodisce gelosamente nel taschino della camicia. Il 4 maggio 2022 Sofiene venne arrestato per un caso di furto sospetto di una stampante e trasferito nel carcere di Mornaguia. Passano tre mesi e il 15 agosto Taher Guezmi si reca all’istituto penitenziario. Ma di suo figlio non c’è traccia: le forze di sicurezza gli riferiscono che si trova in punizione per una lite con altri detenuti. Deve tornare la settimana dopo.

È esattamente quello che fa, ma allora Sofiene non si materializza nell’aula dedicata ai colloqui. Stavolta la spiegazione delle autorità è leggermente diversa: il ragazzo si trova in ospedale per una ferita alla nuca e da lì a poco avrebbe dovuto subire una delicata operazione chirurgica. Dopo quindici giorni, durante i quali il medico riferisce a Taher che suo figlio rischiava di rimanere paralizzato, Sofiene muore. Da allora le comunicazioni cessano: il certificato medico riporta che il ragazzo è morto di arresto cardiocircolatorio. Basta così, niente da aggiungere. Un responso che questo padre di famiglia non può accettare: “Sono venuto a sapere che mio figlio, prima di essere stato ricoverato, era stato picchiato da alcuni agenti penitenziari, dopo aver litigato con il responsabile della sua cella. Nessuno è mai stato incriminato per questo: quello che mi resta di lui sono solo due foto”. Quello che resta di Sofiene è anche quello che faceva prima di venire arrestato. Veniva da un quartiere popolare di Tunisi, dove il lavoro scarseggia e in molti vogliono partire per l’Italia. Nonostante le umili condizioni in cui era costretta a vivere la famiglia Guezmi, Sofiene si accontentava di poco: “A lui piaceva vivere con me e la nonna e mi ripeteva sempre che non voleva partire - confida Taher -. Si accontentava di quel poco che guadagnava come muratore o idraulico. Ora però è tutto inutile, è morto e io voglio solo sapere la verità”.

In un quadro istituzionale già molto frammentato prima del 25 luglio 2021, oggi l’indipendenza dei giudici è ancora più a rischio, dopo che nel febbraio 2022 Kais Saied ha sciolto il Consiglio superiore della magistratura. Insieme alla sicurezza, la giustizia è stato uno dei settori che l’Unione europea ha finanziato in maniera corposa, dal 2011 per un totale di 100 milioni di euro. Oltre a dotare la magistratura di un sistema di informatizzazione delle procedure penali, Bruxelles ha investito in programmi per ristrutturare i tribunali e le carceri: sono anche gli edifici che il marito di Radhia e il figlio di Taher hanno frequentato, prima di morire in circostanze sospette. Grava sulla Tunisia una mancanza di verità diffusa, ma che non sembra intaccare la volontà dell’Unione europea di continuare ad aiutare, malgrado tutto, il piccolo Stato nordafricano: “L’Ue sostiene le riforme della giustizia e della sicurezza in Tunisia dal 2011 e continuerà a fornire assistenza nella preparazione e nell’attuazione di importanti riforme nel campo dello Stato di diritto”, è il commento di un portavoce dell’Unione europea.

Secondo quanto ricostruito da “La Repubblica”, dal 2011 a oggi Bruxelles e i singoli Stati Ue hanno finanziato con 570 milioni di euro proprio i settori della sicurezza e della giustizia. Una parte, più di 100 milioni, è stata dedicata ai programmi di riforma, come dotare le forze di polizia di un codice di deontologia, che rispettasse il diritto internazionale, inaugurare commissariati di prossimità per ridurre le barriere tra cittadini e poliziotti, ristrutturare le carceri e informatizzare i procedimenti giudiziari. Oggi di quei programmi non c’è più traccia. Quello che resta è l’appoggio tecnico fornito alle forze di sicurezza di Tunisi da parte dei partner europei in quanto a sistemi di sorveglianza, equipaggiamenti tecnici e veicoli. “Il programma della riforma della sicurezza da parte dell’Unione europea - spiega Audrey Pluta, una delle massime esperte del settore in Tunisia - riflette comunque gli interessi di Bruxelles che sono la lotta all’immigrazione e al terrorismo. Sui 23 milioni di euro per la riforma della sicurezza, ad esempio, solo un milione è stato previsto per promuovere un effettivo cambiamento”. Si tratta di un dato che trova ancora più forza quando entra in gioco la migrazione. A oggi l’Unione europea ha all’attivo programmi per più di 140 milioni di euro in materia di rafforzamento delle frontiere tunisine: un impegno finanziario che nei prossimi anni è destinato ad aumentare sensibilmente, soprattutto dopo la firma del Memorandum d’intesa il 16 luglio del 2023 con la Commissione europea. Era presente quel giorno la premier Giorgia Meloni, l’amica di Saied. Per quanto riguarda la sponda nord del Mediterraneo, la Tunisia “serve” a frenare l’arrivo dei migranti e deve essere attrezzata allo scopo. Le preoccupazioni europee, invece, si sciolgono di fronte a quello che avviene al suo interno, lasciando spazio a ogni tipo di abusi.

La “lotta al terrorismo” - Ancora prima dei migranti, le attenzioni di Bruxelles sul paese si erano concentrate sul terrorismo. Un’emergenza particolarmente sentita quasi dieci anni fa, quando gli attacchi al cuore dell’Europa fecero tremare le istituzioni e non solo. La Tunisia non venne risparmiata e nel 2015 subì due attentati, nella capitale, all’interno del complesso del museo del Bardo, e a Sousse, una delle località più gettonate dal turismo internazionale. Il governo locale venne colto impreparato, nonostante da anni fosse impegnato ad attuare delle contromisure con l’appoggio europeo. Il paese all’epoca era uno dei principali di provenienza per coloro che sceglievano di arruolarsi nello Stato islamico (Isis), attivo soprattutto in Siria e Iraq. Nel tentativo di ridurre le partenze e sventare possibili attentati interni, la Tunisia attuò la cosiddetta procedura S17, per controllare tutti coloro che potessero avere qualunque tipo di connessione con movimenti legati al terrorismo. Un dispositivo molto stringente che di fatto permette alle forze di sicurezza di monitorare le vite dei sospettati.

Due anni prima degli attacchi terroristici del 2015, a Sfax Chamseddine Baazaoui svolgeva una vita tranquilla. All’epoca aveva 21 anni ed era soddisfatto del suo lavoro: riparava cellulari. Un giorno, all’improvviso, tutto venne stravolto: “Vivo nella costante paura della polizia - confida oggi - e non esco quasi mai dal mio quartiere”. Di statura minuta e un carattere particolarmente timido, Chamseddine non è proprio il ritratto stereotipato di un terrorista. È da più di dieci anni che si sente “un uomo morto”, dopo essere stato inserito nella lista dei terroristi sospetti a seguito dell’esplosione di una bomba nel suo quartiere.

“All’epoca avevo prestato il motorino a un vicino di casa. Non sapevo che facesse parte di un gruppo terroristico, che stava preparando un attentato. Dopo che la bomba è esplosa, la polizia è venuta ad arrestarmi, in seguito ai controlli sulla moto. Io non c’entravo nulla, ma sono dieci anni che la mia vita non ha più senso”, è la versione di Baazaoui. Anni in cui afferma di avere vissuto sotto il totale controllo della polizia, senza poter dimostrare la propria innocenza in un processo considerato farsa dalle Ong. Chamseddine afferma ormai di sentirsi impotente di fronte alle autorità. Malato da tempo, quando parla, mostra le lastre per dimostrare il suo stato di salute, estremamente precario anche a causa di quello che è stato costretto a vivere. “Sono ancora in Tunisia - conclude -, perché mia madre è anziana e ha bisogno di cure e di qualcuno che le stia accanto, altrimenti sarei già partito clandestinamente”. Il suo quotidiano è fatto di convocazioni al commissariato di Sfax e di disoccupazione, per l’impossibilità di trovare un lavoro a causa del suo status giuridico.

Se da un lato il terrorismo e la migrazione sono le due facce più evidenti delle debolezze istituzionali della Tunisia, dall’altro rappresentano gli strumenti più utili per fare pressioni sulla sponda nord del Mediterraneo e stringere accordi di cooperazione, che possano rafforzare il sistema securitario del Paese (con lo strascico dei generosi di fondi che comportano). Nel mezzo ci sono decine di casi di persone che affermano di avere subìto soprusi di ogni tipo: “Gli agenti di polizia sono mal pagati e impopolari, non godono di alcun prestigio, sono animati da risentimento e voglia di vendetta nei confronti della società. L’apparato di sicurezza è intoccabile: qualsiasi cosa accada all’esterno, ne prende atto e fa quello che vuole”, è il commento dell’Omct.

La violenza quotidiana - Terrorismo. Migrazione. Politica. Diritti mancati. La lista dei motivi per cui oggi in Tunisia esiste una repressione così dura da farla ritenere a tanti osservatori uno “stato di polizia” è molto lunga. Tuttavia, a volte, la violenza delle forze dell’ordine può essere anche e semplicemente brutale e gratuita. Sayda Yahyaoui ha 46 anni e nel maggio 2018 era seduta sul sedile posteriore della moto di un suo amico. Stavano facendo un giro nel centro di Tunisi, poco lontano dalla strada dove Aziz Ben Khmis è stato aggredito poco più di un anno fa. Una strana coincidenza che lascia trasparire qualcosa di più del semplice caso. Mentre si stavano dirigendo verso la Medina, la parte antica e araba della città - un labirinto disordinato di stradine stracolme di venditori, turisti e confusione - si sono imbattuti in un posto di blocco.

L’amico, spaventato dal fatto che non avesse con sé i documenti, decise di tirare dritto. In una frazione di secondo un poliziotto tirò un calcio al motorino provocando la caduta dei passeggeri. Un gesto che è costato la perdita di un occhio a Sayda e diverse ferite sul corpo: “Mi ricordo ancora bene del colpo e dell’incidente fino all’ultimo secondo. Soprattutto non posso dimenticare cos’ha detto poi il poliziotto dopo averci speronato, “tu non hai voluto fermarti e ora ti fermi”“, è il racconto della donna.

Oggi, come altre vittime della violenza della polizia, Sayda afferma di avere difficoltà a trovare un lavoro. Una vita spezzata nel giro di pochi secondi, al contrario degli agenti di sicurezza, che non sono mai stati incriminati: “La Tunisia è così. I poliziotti non hanno subito nessuna pena, vige l’impunità e io non potrò mai far valere i miei diritti. Oggi vivo ancora con la mia famiglia e riesco solo a lavorare come addetta alle pulizie una o due volte alla settimana”, sospira Sayda. Quest’ultimo caso racconta di un Paese dove la violenza può nascondersi dappertutto e dove nessuno può sentirsi davvero al sicuro. “Gli agenti di polizia non vengono quasi mai perseguiti e ancor più raramente condannati - è l’analisi dell’Organizzazione mondiale contro la tortura. Se un tribunale condanna un agente di polizia a una dura pena detentiva, la sentenza non viene mai applicata”.

Sullo sfondo di questa repressione diffusa, ci sono le vite dei singoli individui, che ancora oggi non riescono a darsi spiegazioni per ciò che hanno vissuto o che stanno vivendo. Aziz Ben Khmis, dopo essere guarito dalla frattura al naso causata dal pugno di un poliziotto, ancora oggi non ha trovato un nuovo lavoro e passa gran parte del suo tempo a Boudria, il quartiere di origine, isolato ed emarginato, una prigione per i giovani che non riescono a inventarsi a Tunisi un futuro. Mentre Sihem Bensedrine attende di conoscere il suo destino e l’eventualità di passare gli ultimi anni della sua vita in prigione, Asrar Ben Jouira non avrebbe mai immaginato di pensare un futuro lontano dal suo paese natale: oggi questo pensiero si fa sempre più reale di fronte all’eventualità di una condanna a dieci anni di carcere per le sue idee politiche. La mamma di Mohamed deve fare i conti con i pensieri suicidi di un figlio, costretto a vivere in un istituto penitenziario dove non dovrebbe trovarsi. Saif Ayadi, nonostante il suo inguaribile ottimismo, è conscio che per la comunità lgbtiqi+ i prossimi anni saranno ancora più duri. Radhia Dhouib e Taher Guezmi parlano con lo sguardo spento tipico di chi deve affrontare un lutto familiare gravissimo, senza poter accedere alla verità: senza poter avere giustizia. Se per Chamseddine Baazaoui uno dei pochi sogni rimasti è quello di tornare a fare il bagno in mare senza la paura di essere fermato dalla polizia, per Sayda Yahyaoui la gioia più grande è di essere sopravvissuta all’incidente stradale causato dalla polizia e di potere raccontare cosa le è successo.

Sono storie che raccontano uno spaccato della Tunisia lungo anni. Ma dall’estate del 2021, quando il presidente mandò i carri armati davanti al Parlamento, per bloccarne le attività, le cose sono peggiorate ulteriormente: per tutti, non solo gli oppositori politici, anche per l’uomo della strada: “Oggi - spiega Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali - c’è uno Stato di diritto secondo la visione di Kais Saied. Dopo il 25 luglio 2021 e nonostante le promesse di non minacciare i diritti di libertà, è stata la prima cosa che ha toccato. Per lui la libertà di espressione, il diritto delle organizzazioni non governative a lavorare in Tunisia e la società civile rappresentano un problema”. Se nel 2011 l’arrivo della Rivoluzione dei gelsomini aveva portato un senso di speranza per un futuro migliore e a elezioni libere nel 2014 e nel 2019, quelle previste a inizio ottobre sembrano rappresentare un’incognita, accompagnata da dense nubi nere sullo sfondo, proprio per uno stato di diritto sempre più debole. Kais Saied è convinto di essere rieletto in maniera trionfale il prossimo 6 ottobre. Ma in ogni caso il presidente dovrà poi rendere i conti a una Tunisia disillusa, alle prese con una grave crisi economica e con diverse sfide da affrontare, come il controllo dei flussi migratori. La sua speranza è il sostegno dell’Unione europea e i suoi soldi. E l’appoggio dell’alleata più fedele, Giorgia Meloni.

*Questo articolo è stato realizzato con il sostegno di Journalismfund Europe