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di Francesco Bei

La Repubblica, 24 agosto 2025

Franco Bonisoli era nel commando che rapì Moro. Il padre di Giorgio Bazzega fu ucciso da Walter Alasia. L’incontro al Meeting Cl. È il 15 dicembre del 1976. “Mio papà, Sergio Bazzega, maresciallo dei servizi antiterrorismo, va a eseguire l’arresto di un ragazzo brigatista, Walter Alasia, in un palazzone di Sesto San Giovanni. Il ragazzo reagisce, è armato, mio padre impugna il mitra ma si trova davanti, nella sua linea di tiro, i genitori di Walter. Li avrebbe colpiti, decide quindi di non sparare e provare a disarmarlo, ma l’altro reagisce e gli spara in un punto vitale. Alasia salta dalla finestra, i colleghi di papà gli sparano alle gambe e la versione ufficiale è che lo abbattono perché aveva provato a colpire degli infermieri che volevano salvarlo.

Io non ci ho mai creduto, infatti l’autopsia dirà che è morto per un colpo dritto al cuore, un’esecuzione. Mio papà morirà di lì a poco in ospedale”. È l’inizio, drammatico, del racconto della morte del padre fatta da Giorgio Bazzega, all’epoca di soli due anni, che si porterà dietro per molta parte della vita le conseguenze di quell’assassinio. Ma, appunto, è solo l’inizio. Perché il senso di questa serata, commovente per molti partecipanti e sconvolgente per i tanti ragazzi che vi assistono al Meeting di Rimini, è proprio il guardare avanti, il superamento dell’odio, il riconoscersi come persone, quella che si definisce oggi la giustizia riparativa. Che non è, precisa Bazzega, “il perdono, non è metterci una pietra sopra, ma prendersi per mano, vittime e assassini, e riattraversare quel dolore insieme, con la possibilità di uscirne e ricominciare a vivere, invece che sopravvivere”.

Al suo fianco, sul palco, annuisce Franco Bonisoli, uno dei capi colonna delle Brigate rosse, condanne a quattro ergastoli e 105 anni di pena. Anche lui, come Giorgio Bazzega, è protagonista da anni di questo percorso di rinascita. Bonisoli, capelli lunghi bianchi e sandali ai piedi, ricorda come ci finì dentro. Sono gli anni del Vietnam, “e io che avevo sempre sognato un mondo di pace vedevo la prepotenza di uno Stato così forte che faceva la guerra a uno Stato così debole”. Cresce la rabbia e alla fine il diciannovenne Franco, comunista, si convince che “per costruire un mondo migliore, senza prepotenti, era necessario passare da una rivoluzione violenta”. Bonisoli finisce al carcere duro e sono rivolte, altra violenza. Finché, improvvisamente, grazie a un direttore di carcere illuminato che consente un primo scambio dei detenuti con l’esterno e un attenuamento delle misure di sicurezza, Bonisoli inizia a capire. “Capii che avevo sbagliato tutto, che il mondo là fuori era cambiato, fu una crisi fortissima e inaspettata. Avevo distrutto la mia vita, quella della mia famiglia e soprattutto avevo contribuito a distruggere le vite di tanti, quelli che io non vedevo più come persone ma come nemici”. Insieme ad Alberto Franceschini e altri, Bonisoli inizia un digiuno per chiedere condizioni di detenzione meno disumane. Il cappellano del carcere li aiuta, si crea il caso finché una mattina “mi ritrovai seduto sulla mia branda Marco Pannella, pensai a un’allucinazione dovuta alla fame, invece era vero”.

In cella Bonisoli ci resta comunque 22 anni, poi esce grazie ai benefici di legge. E ci tiene a precisare una cosa: “Pur avendo pagato per i miei reati, avevo un problema con la mia coscienza. Ho pagato, ma a chi? Non certo a quelli a cui abbiamo fatto del male”. Anche per Bazzega la vita da figlio di una vittima non è semplice. Cresce odiando, “mi allenavo nelle arti marziali sognando di ammazzare un giorno Renato Curcio”. Finisce a sfogare la sua rabbia allo stadio, finisce dipendente dalla cocaina, “ma la mia vera dipendenza era dall’odio”.

Finché un giorno non scopre anche lui che un altro modo è possibile. E accetta di partecipare a un primo incontro con i terroristi in carcere. “Presi la parola per primo - racconta - e gli dissi subito: siamo qua per parlare ma sappiate che vi vorrei ammazzare tutti”. Insomma, ammettono entrambi che non è stato facile, ma sono certi che non ci sia altra strada. “A un certo punto entrai in crisi - conclude Bazzega - perché mi sentivo in colpa verso mio padre visto che iniziavo persino a provare affetto verso quegli ex terroristi. Andai da mia madre a confessarglielo e lei, con un gran sorriso, mi rispose: Giorgio, è la prima volta che ti sento parlare come avrebbe fatto tuo padre”.