di David Sheff
Il Dubbio, 19 dicembre 2022
“Non posso certo essere descritto peggio di come è già stato fatto”, mi dice Jarvis Jay Masters, e presumo che sia vero, per uno che è stato condannato per omicidio. “Intendo: guardi dove siamo”.
Sono seduto su una sedia di plastica, di fronte a un uomo di nome Jarvis Jay Masters che mi guarda dall’altro capo del tavolino. Lo informo che sto valutando l’idea di scrivere un libro su di lui e gli chiedo che cosa ne pensi. Sottolineo che, qualora dovessi portare avanti il mio progetto, ho intenzione di raccontare tutto ciò che scoprirò sul suo conto, bello o brutto che sia. “Tanto non posso essere descritto peggio di come è già stato fatto” mi dice Masters, e presumo che sia vero, per uno che è stato condannato per omicidio. “Intendo, guardi dove siamo” aggiunge. Siamo in una gabbia non più grande di un ripostiglio, sistemata tra decine di gabbie simili, in una sala visite riservata ai condannati della San Quentin State Prison.
Seguo lo sguardo di Masters, che passa rapidamente in rassegna le altre gabbie, nelle quali assassini già condannati sono in compagnia dei loro famigliari o dei loro legali. Ramón Bojórquez Salcido, riconosciuto colpevole dell’omicidio di sette persone, tra cui la moglie e le fi glie, è con il suo avvocato in una gabbia di fronte alla nostra. Lì vicino, Richard Allen Davis, responsabile dello stupro e dell’uccisione di una ragazzina di dodici anni, sgranocchia dei Doritos. Nella gabbia in fondo, accanto a una libreria 10 11 con una pila di giochi da tavolo e Bibbie, Scott Peterson, condannato per l’omicidio della moglie all’ottavo mese di gravidanza e del loro bambino non ancora nato, se ne sta seduto in compagnia della sorella.
Peterson appare tranquillo e in forma, ma altri carcerati sembrano tesi, agitati, scontrosi. E poi ci sono tizi - minuti, occhialuti, dall’aria innocua - che assomigliano più a comunissimi cassieri, oppure, nel caso di uno, a John Oliver*. “L’apparenza inganna” commenta Masters, il quale aggiunge di essere rimasto ogni volta sconvolto nell’apprendere di quali crimini si fossero macchiati i suoi vicini più mansueti e educati nel braccio della morte.
“Alcuni li vedi comportarsi in modo perfetto, a tavola si mettono il tovagliolo sulle gambe, e poi scopri che hanno compiuto vere e proprie stragi”. Nel 2006 la mia amica Pamela Krasney, un’attivista per la riforma carceraria impegnata anche in altre battaglie di giustizia sociale, mi raccontò di un detenuto nel braccio della morte che, sosteneva lei, era stato ingiustamente condannato per omicidio. Lo descrisse come un uomo diverso da chiunque altro avesse mai conosciuto, più consapevole, più saggio ed empatico “nonostante il suo passato”.
Si corresse. “Proprio per il suo passato.” Presentata a Masters da un’amica comune, la famosa monaca buddhista Pema Chödrön, Pamela era andata a trovarlo regolarmente per anni. Apparteneva a un gruppo di sostenitori che si battevano per dimostrare la sua innocenza, i cosiddetti “Jarvistas”.
Pamela mi raccontò che Masters aveva scritto un libro, numerosi articoli e una poesia che gli era valsa un premio PEN. Si era convertito al buddhismo e aveva studiato con un illustre lama tibetano, Chagdud Tulku Rinpoche, che lo aveva dichiarato bodhisattva, ossia “qualcuno che si adopera per porre fine alla sofferenza in un luogo immerso nella sofferenza”.
Stando a quanto sosteneva Pamela, con il passare del tempo Masters era addirittura diventato un punto di riferimento a San Quentin, insegnando il buddhismo ai detenuti e contrastando gli episodi di violenza all’interno del carcere.
Incoraggiato da Pamela, organizzai una visita nel braccio della morte. Giunsi in quella che un tempo si chiamava “Bay of Skulls” una limpida mattina in cui un vento gelido attraversava il Golden Gate. Le barche a vela ondeggiavano nella baia come bianchi petali di loto, i rimorchiatori spingevano chiatte e gli aliscafi scivolavano sull’acqua. Il ponte tra Richmond e San Rafael risplendeva. Superati i controlli di identità, passai attraverso il metal detector e, come da istruzioni, seguii una linea gialla dipinta lungo un terrapieno roccioso.
Sopra di me, alcuni agenti armati sorvegliavano l’area da una torre di guardia che ricordava un faro. Masters era in isolamento nell’Adjustment Center, il famigerato “centro di correzione” conosciuto come “il buco”, che un amministratore di San Quentin una volta definì “un corpo autonomo, recintato, destinato a depravati, violenti e insani di mente - uomini che la società non vorrebbe nemmeno esistessero”. Si trovava nell’AC da vent’anni.
Mi fecero accomodare su una sedia sistemata davanti a un vetro divisorio tutto imbrattato. Dopo alcuni minuti, dall’altra parte del vetro si aprì una porta e Masters entrò scortato da una guardia. Era alto e ben sbarbato, i capelli rasati con cura. Al collo gli penzolavano un paio di occhiali da lettura.
Quando gli tolsero le manette, Masters si sedette, ed entrambi sollevammo le cornette malconce. La sua voce mi giungeva smorzata, come se stessimo parlando con telefoni di latta.
Aveva gli occhi castano chiaro, una voce melodiosa da tenore e un carisma rassicurante che oltrepassava il vetro. Parlammo di Pamela, di Pema, di scrittura, di attualità e di un recente confinamento forzato scattato dopo un accoltellamento in carcere.
Gli feci domande sulle guardie, sui detenuti e sulla pratica buddhista che seguiva. Masters era loquace, riflessivo e divertente. Dopo un’ora e mezzo una guardia ci fece segno che la visita si era conclusa. Masters fu portato via e io lasciai il braccio della morte, per riemergere nell’aria fredda della baia. Ripensai all’incontro.










