di Francesco Grignetti
La Stampa, 16 luglio 2024
Cinque suicidi in sei mesi rappresentano l’altra faccia dell’emergenza. Il sindacato: “I turni e il lavoro sono troppo stressanti, la gente crolla”. Chi si spara nel chiuso della sua macchina. Chi si getta dal parcheggio multipiano di un centro commerciale. Chi si impicca a un albero in campagna. Sono tanti i drammi che si contano nel corpo della polizia penitenziaria. Dall’inizio dell’anno ci sono stati 5 suicidi, o forse sei, dipende come si considera un caso molto particolare. Troppi in ogni caso. Come per i suicidi di detenuti: tantissimi, mai come ora. La faccia più oscura del carcere italiano.
Era il 22 gennaio quando un agente che lavorava nel carcere di Bollate, a Milano, si è ucciso lanciandosi dal secondo piano del parcheggio multipiano di un centro commerciale, l’Esselunga di Settimo Milanese. Aveva 47 anni ed era sposato con una collega, con la quale aveva una figlia piccola. Non si conoscono le motivazioni del gesto.
Il 24 febbraio, a Mangone (Cosenza), un assistente capo coordinatore, 57 anni, in servizio nel carcere del capoluogo, si è tolto la vita a casa. Una storia angosciante al massimo: dopo l’ultimo turno di notte, l’ennesimo in trent’anni di carriera, tornato in famiglia, ha avuto una breve discussione con la moglie, ha tirato fuori la pistola d’ordinanza, ha sparato contro la donna ma fortunatamente senza colpirla (solo perché l’arma si è inceppata), l’ha pure inseguita per le scale, poi è rientrato nell’abitazione, ha puntato la canna alla tempia e si è ucciso. I due figli piccoli per fortuna non erano in casa. Gli amici e i colleghi hanno raccontato che qualche anno prima l’agente era stato aggredito in carcere da un detenuto, e da allora viveva profondi stati d’ansia.
A Serino (Avellino), il 4 marzo, si è ucciso un altro agente con una lunga carriera alle spalle: l’uomo, 56 anni, anche lui assistente capo coordinatore, in servizio alla Casa Circondariale di Ariano Irpino, si è sparato in casa con l’arma di ordinanza. Sposato, con due figli, l’uomo non sembrava avere problemi familiari, economici o di salute. Apparentemente.
E ancora: 30 giugno, Favignana. Si uccide un sovrintendente, 55 anni, in servizio alla casa di reclusione dell’isola. Da qualche settimana risultava assente per malattia. Al mattino se ne sono perse le tracce e la famiglia si è allarmata. Lo hanno trovato impiccato ad un albero in un boschetto non lontano dal carcere.
Il quinto caso di suicidio nella polizia penitenziaria è di pochi giorni fa. Roma, 7 luglio: in via Michele Gortani, quartiere Pietralata, poco distante dal carcere di Rebibbia, a tarda sera un agente di 35 anni si è chiuso in auto, ha abbassato la sicura e si è sparato un colpo di pistola alla tempia. Era originario di Reggio Calabria, ma residente nella Capitale da tempo. L’agente lavorava alla Centrale Nazionale Operativa di Roma, che si trova nel complesso di Rebibbia. Avrebbe dovuto prendere servizio il giorno dopo.
Si uccidono soprattutto in età matura. Ognuno con la propria storia, ma c’è un filo rosso che lega le diverse morti, ed è lo stress esagerato di chi opera in carcere. Racconta Donato Capece, segretario del Sappe, un sindacalista storico della polizia penitenziaria: “Il fenomeno dei suicidi è in crescita in tutti i corpi di polizia, ma tra noi di più. Dietro ogni morte c’è un mix di fattori, ma c’entra di sicuro lo stress correlato. La vita dentro gli istituti è diventata infernale per noi come per i detenuti. Manca il personale, i turni sono massacranti. Le liti e le aggressioni, continue. E così c’è la fuga. Molti colleghi, appena possono, vanno via; pochissimi aspettano di maturare il massimo della pensione. I giovani sperano di passare subito in altri corpi di polizia. C’è una demotivazione generale”.
Il mondo è cambiato. Se tanti giovani rinunciano addirittura al posto fisso e si licenziano perché cercano qualcos’altro nella vita, figurarsi nella polizia penitenziaria. “È brutto dirlo - conclude Capece - ma non si arriva da noi per spirito missionario. Si arriva perché c’è bisogno. Ma il carcere è un mondo duro, difficile, complesso. Siamo la discarica della società. Le celle sono piene di delinquenti, ma anche di psichiatrici, tossicomani, problematici. E tutto finisce addosso all’agente penitenziario. Alla lunga il lavoro ti divora”.
“I suicidi stanno aumentando e non finirà qui - dice Aldo Di Giacomo del sindacato Spp -. Il carcere non è l’unico motivo, ma il principale. Negli istituti, le cose sono cambiate in modo impensabile in pochi anni. Le aggressioni sono continue. E spesso la criminalità manovra i più fragili per usarli contro di noi, così non rischiano nemmeno il provvedimento disciplinare. Nei primi 6 mesi di quest’anno, 2004 colleghi sono finiti in ospedale; l’anno scorso erano stati 2000 in 12 mesi. La situazione sta sfuggendo di mano a tutti”. Ancora: “I colleghi somatizzano il clima invivibile che c’è dietro le mura. Il problema dei buchi di organico diventa ancora più pesante. Ormai è prassi fare turni di 12 o 14 ore. Il contesto è devastante”.









