di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 3 febbraio 2021
La storia dell'attivista per i diritti umani Ahmed Mansour rinchiuso da 1500 giorni in un buco di quattro metri quadri. Da quattro anni Ahmed Mansour, attivista per i diritti umani negli Emirati arabi uniti, vive in stato di isolamento totale in una cella di quattro metri quadrati. Un quadratino di due metri per lato per quasi 1500 giorni senza praticamente nulla a parte una sudicia coperta e un buco dove fare i bisogni. Niente tv, niente radio, niente libri e niente giornali e soprattutto niente visite di parenti e amici a parte la mezz'ora che ogni sei mesi è concessa alla moglie; niente di niente insomma. In quelle condizioni disumane solo dei nervi d'acciaio e una ferrea convinzione nei propri principi può evitare di farti scivolare nella follia.
Lo hanno arrestato nel 2017 e condannato a 10 anni di prigione per un reato tanto vago quanto diffuso nei tribunali degli Emirati: "attentato alla reputazione dello Stato". Mansour aveva criticato la stretta repressiva di Abu Dabi che, dopo le primavere arabe e nel timore di una rivolta di massa aveva soffocato in culla qualsiasi tentativo di protesta pubblica nei confronti della monarchia. Migliaia le persone arrestate dalla famigerata polizia politica di Mohammed Ben Zayed (abbreviato in MBZ) che dal 2014 governa il paese con il pugno di ferro. Sul suo sito internet Mansour ha denunciato le violazioni e gli abusi di MBZ e del suo regime, vera e propria parodia dello Stato di diritto. Già nel 2011 era finito in carcere per sei mesi: aveva sostenuto i manifestanti egiziani di piazza Tahir che fecero cadere la dittatura di Hosni Mubarak e lanciato un appello sul web per riformare in chiave democratica le istituzioni del suo Paese. Il 4 marzo 2017 il secondo arresto: le forze di polizia irrompono a bordo di due suv dai vetri oscurati e lo prelevando direttamente nella sua abitazione per sbatterlo nella prigione di al- Sadr che sorge alle porte della capitale in un regime di isolamento feroce. L'idea che Mansour possa avere l'assistenza di un avvocato è semplicemente una pretesa lunare.
Il suo calvario, praticamente ignorato dai media internazionali e dai governi occidentali troppo intenti a stringere accordi commerciali con le petromonarchie della penisola arabica, è però venuto alla luce in un dettagliato rapporto della Ong Human Right Watch che ha raccolto la testimonianza di Artur Ligeska un imprenditore polacco suo ex vicino di cella, una delle pochissime persone che in questi anni ha avuti dei contatti ravvicinati con Mansour.
Inizialmente poteva riposare su sottilissimo materasso che le guardie carcerarie gli hanno tolto al rifiuto di rivelare le password del suo account Twitter. Nel 2018 comincia il processo- farsa che decreterà la sua condanna. Mansour si lamenta della costante "tortura" che è costretto a subire tra le mura della prigione, della brutalità dei secondini, della prostrazione fisica e piscologica di un isolamento che viole lò stesso codice penale degli Emirati che in teoria limita il regime di isolamento a un massimo di sette giorni. La crudeltà del trattamento raggiunge vette di perfidia; se il giudice gli dà in parte ragione chiedendo un ammorbidimento della detenzione, le autorità del carcere scavalcano le richieste del tribunale con semplici stratagemmi.
Quando ad esempio Mansour può accedere alla mensa del carcere le guardie fanno in modo che la sala sia vuota per impedirgli di parlare, ma anche solo di vedere altri esseri umani, La condanna viene confermata nel processo di appello con la raccomandazione pero di trattarlo come un prigioniero comune, raccomandazione che anche questa volta viene bellamente ignorata: Mansour è rispedito nel "buco". La sicurezza di Stato negli Emirati è d'altra gestita dal sadico Sheik Khaled, rampollo di Mohammed Ben Zayed che della spietatezza nei confronti dei prigionieri politici ha fatto una regola d'arte.
"Quando lo hanno condannato è rientrato in cella e si è messo a urlare per la disperazione", racconta Ligeska a Human Right Watch. Privo di conforto e speranza Mansour si aggrappa all'unica forma di protesta che gli è permessa detro le sbarre; lo sciopero della fame. Il primo dura 25 giorni, il secondo 49. Le condizioni di salute sono precarie e la morte del detenuto non è un'opzione prevista dal regime che preferisce tortrurare lentamente e in mod esemplare i suoi oppositori. Così Mansour ottiene qualche piccola concessione: può telefonare alla moglie e ricevere le sue visite una volta al mese per dieci minuti al massimo.
Il resto rimane immutato: divieto di leggere, di scrivere, di incontrare altri detenuti. L'emergenza Covid ha poi fatto il resto; da un anno non ha più potuto incontrare la consorte. Uno degli aspetti più inquietanti del rapporto di Human Right Watch riguarda la cosiddetta comunità internazionale, rimasta silente sul supplizio di Ahmed Mansour, forse per paura di infastidire gli alleati emiratini: "Abbiamo consultato migliaia di documenti e non siamo riusciti a trovare la minima parola da parte degli Stati Uniti o delle altre nazioni europee sulla persecuzione di Mansour".











