di Alessio Briguglio
radioromasound.it, 13 dicembre 2025
Le notizie delle ultime ore sono di quelle che non dovrebbero mai diventare routine. Due detenuti morti a Rebibbia, una per overdose, l’altro dopo essere stato massacrato di botte nella sua cella e un terzo che si è tolto la vita nel carcere di Viterbo. Tre vite spezzate in un arco di tempo talmente ristretto da togliere il fiato. Tre storie che entrano nei notiziari come brevi di cronaca, quasi fossero fenomeni atmosferici inevitabili. Tre storie che entrano nei notiziari come brevi di cronaca, quasi fossero fenomeni atmosferici inevitabili. “È successo di nuovo”. Gli istituti penitenziari italiani non sono soltanto sovraffollati, aspetto che anche la più turpe vulgata sembra aver fatto proprio.
Sono lo specchio di un’idea di giustizia rimasta ferma a uno stato primitivo, in cui la pena viene percepita ancora come vendetta pubblica, non come strumento di reinserimento sociale. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione sia chiarissimo, “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, la cultura collettiva ne ha introiettato solo la parte precedente secondo cui “la responsabilità penale è personale”. Il resto, salvo sporadici sussulti, è rimasto un po’ lettera morta.
Si continua a pensare che il carcere debba punire, e punire duramente. Che debba togliere tutto, libertà, dignità, identità, come se l’umiliazione fosse un metodo e l’annientamento un diritto dello Stato. Casi particolarmente eclatanti a parte, la morte in cella non scuote come dovrebbe perché, in fondo, molti la considerano la naturale estensione della pena. Non viene percepita come un fallimento del sistema, ma come una sua (in)naturale prosecuzione.
Gli episodi di queste ore non rappresentano anomalie. Sono pezzi di un mosaico ormai evidente, suicidi che si ripetono con frequenza allarmante, personale penitenziario allo stremo, detenuti senza accesso a cure mediche, psicologiche o percorsi trattamentali, celle che ospitano il doppio o il triplo delle persone per cui erano state progettate. Il ritratto caravaggesco e decadente di un sistema che implode, ma lo fa in silenzio, lontano dai nostri occhi, la conseguenza logica di una struttura che non è più nelle condizioni di rieducare e che, quindi, si riduce a contenere e umiliare.
Il punto centrale, però, è semplice e bruciante. La dignità non può e non deve essere un premio, non è concessa solo a chi “se lo merita”.
La dignità è il limite che una società si dà per restare civile, è il confine che separa lo Stato di diritto dalla brutalità. Eppure, nell’Italia del 2025, parlare di diritti dei detenuti è ancora un tabù, quasi un’offesa al pudore pubblico. Chi prova a farlo viene spesso zittito con un riflesso pavloviano “e la dignità delle vittime?”. Come se tutelare la dignità del detenuto significasse oltraggiare quella di chi ha subito il crimine. Come se l’umanità fosse una torta e che se ne dai una fetta a qualcuno, non potrai darla ad altri. Il solito asfissiante meccanismo emotivo che sposta il dibattito dal piano razionale a quello viscerale. E così il carcere resta un oggetto politico comodo, il luogo dove rinchiudere tutto ciò che non si vuole affrontare.
La verità è che il carcere dice molto più di chi lo abita rispetto a chi lo guarda. Dice che Italia siamo. Che cultura della giustizia abbiamo. Che idea abbiamo del futuro degli altri e del nostro. In un Paese in cui la pena si traduce troppo spesso in abbandono, umiliazione e morte, la domanda da porsi è una sola: quanto è solida una democrazia che accetta la disumanizzazione come metodo?










